Grexit, la memoria corta e gli analisti della domenica

8 Luglio | In: Dal Mondo | Di: Giampiero Venturi

Chiedersi se i Greci abbiano fatto una leggerezza a votare “no” al referendum è inutile. Che il rifiuto del piano dei creditori adduca infiniti lutti agli Achei lo capisce anche un cretino. Ancora più facile prevedere che l’Italia ci rimetta il credito verso il fondo salva-Stati e quello diretto verso la Grecia. Siamo un popolo generoso del resto e ci sta tutta...

La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: l’Europa così com’è dobbiamo tenercela o no?

Se sì, amen, purché la si pianti con la lagna.

Se no, bisogna cambiare le cose e da qualche parte si deve cominciare.

Sostenere i propositi del “sì” referendario in Grecia paventando dolenti note in arrivo è come svegliarsi con le catene ma non provare a togliersele per paura di farsi male.

Le catene della Grecia e di tutta l’area Euro nascono con l’evoluzione della CEE in Unione Europea. Nascono con la creazione di un mercato senza frontiere e una moneta unica in un’area in cui debito pubblico, propensione al risparmio, mercato del lavoro ed infrastrutture sono diversi. Tecnicamente il passaggio è avvenuto con l’istituzione della BCE, cioè con la sottrazione della sovranità monetaria dai singoli Stati.

È un problema di Politica Economica e specificamente di Politica Monetaria: il controllo della moneta, quindi di tassi d’interesse e investimenti, non è più appannaggio dei singoli governi ma è deciso a Francoforte. Che la riduzione di sovranità nzionale sia stata decisa senza consultazione elettorali, non importa. A noi della democrazia ci frega e non ci frega. Dipende dalle convenienze.

Facciamo un esempio: con una politica monetaria restrittiva si alza il tasso d’interesse e si riducono gli investimenti. Questo modellino non ha le stesse conseguenze dappertutto. La stessa politica monetaria ha effetti diversi tra Paesi dove il reddito medio è 1500 € e Paesi dove non arriva a 500 €. Dove girano meno soldi, c’è meno risparmio e meno investimenti attraverso il filtro degli istituti bancari. L’indebitamento verso FMI e Fondo salva-Stati nasce anche da questo. Senza considerare le conseguenze sul piano sociale riguardo l’osmosi tra Paesi con reddito pro capite diverso (riguarda più che altro Paesi extra euro) il problema dell’area euro quindi è a monte.

Che ci sia stata poi una cattiva gestione interna nei singoli Stati con l’aggravamento del quadro generale è fuori di dubbio. La Grecia in questo ha gravi responsabilità: il tenore di vita di un Paese si dovrebbe basare sulla ricchezza prodotta e non sui soldi iniettati dall’alto, fondi europei compresi. Il famoso passo più lungo della gamba colpisce ancora...

In Italia il problema è lo stesso ma con tempistiche  e astuzie diverse.

Ai vincoli della Politica di Bilancio (taglio della Spesa pubblica dovuta alla riduzione del Debito Pubblico) gli europeisti di allora risposero con un’iniezione di denaro “artificiale” proveniente dalle privatizzazioni di Enti pubblici e dalla dismissione di patrimonio pubblico. Per quasi dieci anni in Italia è stata nascosta la trappola. Finito il blocco grosso delle dismissioni e con la Politica  Monetaria ancorata a Francoforte, sono venute a galla le rogne. Non a caso assistiamo al vergognoso scaricabarile su internet dei principali fautori dell’adesione al sistema unico, oggi diventati paladini della critica. L’Italietta dell’ ”io non c’ero” non muore mai.

Piuttosto che scopiazzare articoli di economisti qua e là, tutti noi faremmo forse meglio a metterci in testa che allo stato attuale le strade possibili sono forse solo due:

  • tenersi l’Europa del marco (travestito da euro) così com’è, senza favoleggiare su crescite o ameni cambi di rotta a Bruxelles;
  • uscire dal sistema con grande dolore.

Nel primo caso si accetta la supremazia di Berlino, programmata a partire dalla riunificazione della Germania e dal crollo del sistema comunista a Est. In questo caso, giù il cappello davanti alla Merkel che ha continuato la strada di Khol con governi di coalizione fermissimi.

Nel secondo caso ci si prepari a rotture pesanti, ognuno col suo carico di meriti e di responsabilità, possibilmente senza strumentalizzare. La rottura degli equilibri UE (almeno quelli monetari) è una passo antropologico e culturale prima che politico e ideologico: Tsipras senza i voti delle destre nazionaliste non sarebbe arrivato nemmeno al 40% del resto...

Il ritorno alla monete locali, più che auspicabile in un sistema di mercati diversi, passerebbe comunque attraverso gli scogli della svalutazione, dell’iperinflazione e della fuga di capitali nell’immediato. Nel medio lungo periodo le conseguenze sarebbero difficili da calcolare.

Chi è pronto si faccia avanti. In questo senso i Greci, non avendo nulla da perdere, hanno già deciso. 

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