Tunisia: da Cartagine a Claudia Cardinale.

19 Marzo | Commenti 1 | In: Dal Mondo | Di: Giampiero Venturi

La storia della Tunisia copre un arco molto ampio. Con altri nomi e vicende alterne, esiste praticamente dagli albori della civiltà. Come tutti sanno le fortune e le sfighe dei popoli sono spesso condizionate da eventi specifici e sulla Tunisia è innegabile che pesi la scontro di Cartagine contro Roma, nel derby del Mediterraneo. Uno 0-3 secco le cui conseguenze durano da millenni. Se avesse vinto Cartagine ora diremmo altro e soprattutto lo diremmo in un’altra lingua. Ma la Storia, come è ovvio che sia, non si fa con i sé e delle Guerre Puniche ci facciamo una ragione, con una punta di malcelato orgoglio.

Prendiamo atto anche del fatto che Delenda o non Delenda Cartago, in Tunisia la vita non si è fermata a Scipione ma è ripresa e ha continuato ben oltre l’arrivo degli Arabi e dell’Islam. Anche qui non parliamo di pizza e fichi (benché Catone li abbia usati nell’arringa contro Cartagine), ma di un cambiamento epocale. Tanto più importante se pensiamo che Reconquista e Normanni hanno riguardato Spagna e Sicilia ma non la Tunisia che ha imboccato per sempre la strada del dominio musulmano. Dopo gli Arabi infatti, sono arrivati anche gli Ottomani e la linea di demarcazione fra le due coste del braccio di mare che separa Tunisi da Mazara del Vallo è diventata più profonda.

Saranno i datteri, sarà per il detto “mamma li Turchi…”, sarà per il sole che nelle viuzze della medina non sembra mai violento ma poi esplode all’improvviso nella grande piazza della Kasbah, fatto è che Tunisi ha sonnecchiato per secoli, tra La Goletta e il deserto, fra odori forti, palme e mare blu.

I veri sussulti sono arrivati nell’800 con i Francesi che hanno portato molto sviluppo sì, ma anche quel loro modo di fare tanto efficace nel suscitare nel prossimo ciò che a Parigi si chiama giramento di palle. Figuriamoci le reazioni di un popolo di matrice araba maghrebina, magari accidioso ma comunque orgoglioso e turbolento per natura.

Negli anni ’50, decennio in cui la Francia ha perso formalmente l’impero rassegnandosi all’indipendenza delle sue colonie dall’Africa all’Indocina, la Tunisia si è così ritrovata indipendente. Come è comprensibile, il certificato di nascita di nazione sovrana del 20 marzo del ‘56 non è stato solo l’inizio della libertà, ma anche quello di molte rogne. Tra le problematiche ereditate e quelle endemiche, la Tunisia ha iniziato a volare verso il XXI° secolo sempre a cavallo (o a cammello, dipende dalle preferenze) tra dittatura e presidenzialismo corrotto. L’era controversa di Ben Alì, sacrificato sull’altare del politicamente corretto, ne è stata la sublimazione.

In un mix di rivalsa anticolonialista e velleità filooccidentali, il suo legame contraddittorio con la cultura europea ha continuato ad esistere. Fatta salva l’amicizia di Craxi con Ben Alì, possiamo dire che i natali di Claudia Cardinale ancora oggi rappresentano il punto di contatto più stretto di quella storia incrociata con le latine genti fin dai tempi dalla Terza Guerra Punica. Per pochi chilometri la stessa sorte non è toccata anche a Edwige Fenech, cosa che ci avrebbe davvero riempito di gioia.

Eppure, vuoi per l’avanzata dell’Islam radicale, vuoi per la retromarcia culturale e identitaria dell’Occidente autolesionista, la tenuta del cordone tra Europa e Tunisia non va più data per scontata. In barba a chi si è illuso della cosiddetta Primavera Araba, i cui primi focolai sono nati proprio a Tunisi, la situazione sembra tutt’altro che orientata alla stabilità. Se il presidente Essebsi sembra una brava persona e le elezioni vinte nel 2014 sono state apparentemente democratiche (le prime), quel che bolle in pentola è tutto da vedere. Soprattutto rimane da capire i margini di crescita e cosa ci sia dietro a Ennahda, il partito islamista prima assente dalla scena politica e ora amato da un Tunisino su tre.

Quel che è successo al Museo Bardo va ben oltre i problemi di sicurezza e il terrorismo internazionale. Colpire al cuore i contatti fra due culture da sempre parallele, va a minare l’anello stesso di congiunzione e convivenza fra popoli.

Dove finiscano le colpe nostre e dove inizi la deriva altrui è difficile da dirsi. Fatto è che al di là della morte di gente innocente, la Tunisia è diventata in sordina l’ennesima mina vagante del Mediterraneo.

Quando le pentole cominciano a bollire, non è detto sia un problema. Importante è regolarsi con i coperchi.

A questo forse servivano i Ben Alì, i Gheddafi e i Mubarak di ieri. È cinico dirlo, ma il limite fra politicamente corretto e interesse di parte è l’eterno dilemma della geopolitica.

 

 

 

Commenti

Ritratto di Marcello

Bellissimo. Non avevo mai visto sotto questo punto di vista le guerre puniche e le loro conseguenze nel tempo. Visione limpida, cristallina.

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