In attesa del 44. Posizionamento emotivo rispetto al bus.

7 Maggio | In: Dall'Italia | Di: Giampiero Venturi

Intendiamo con autobus il mezzo con minimo quattro ruote e un numero, che previo pagamento di un importo stabilito, permette alle persone di andare da una parte ad un’altra. Il numero indica la linea, che non riguarda la silhouette del mezzo ma il punto di partenza e di arrivo del bus. I numeri sono molti importanti perché lasciano intendere a chi li legge dove stia andando il bus stesso. Per questo motivo i numeri non cambiano quasi mai. Se per esempio a Roma Termini salgo sul 64, mi aspetto di arrivare a San Pietro. Se arrivo da un’altra parte, o sono ubriaco io e ho letto male il numero o è ubriaco l’autista.

I rapporti che abbiamo con l’autobus possono riassumersi grossolanamente in:

  1. Starci dentro
  2. Starci dietro
  3. Attenderlo

Nel caso A possiamo individuare due fattispecie:

  1. Starci dentro in piedi
  2. Starci dentro seduti

Il caso 1 a sua volta è divisibile in tre grandi categorie:

  1. Stare in piedi con un braccio trasversale che interseca il viso di qualcuno
  2. Stare in piedi col braccio trasversale di qualcuno che interseca il viso nostro
  3. Sorreggersi l’un l’altro sfruttando la densità dei corpi, scambiandosi ogni tanto occhiate di difficile decodificazione

La fattispecie 2 appartiene invece alle ipotesi teoriche  d’accademia (dette anche “sì, ma certo…”). A meno che non ci si rechi al capolinea venti minuti prima della partenza della corsa, in quanto a frequenza, l’evento è paragonabile solo a “sono andato a parlare con la vigilessa e mi ha tolto la multa perché ha capito la situazione…”.

I casi in cui ci si ritrovi nella situazione B, cioè nello stare dietro al bus, sono circoscrivibili a due grandi aree:

  1. Stare nel traffico col bus davanti che fa tutte le fermate
  2. Stare dietro al bus perché abbiamo molto tempo libero e ogni tanto ci piace fare i matti

Non è questo il luogo per approfondire il secondo scenario. Diciamo solo che la differenza fra il primo e il secondo è sostanzialmente nelle tipologie di reazione. Ritrovarsi involontariamente in fila dietro l’autobus quasi sempre genera commenti sul modello

“ammazza che palle…”

“il 719 non passa mai, proprio adesso, a rompe li cojoni…”

“ma vaffanculo, te pareva…”

Nel caso C, il caso cioè in cui siamo in attesa del bus, il posizionamento rispetto al mezzo, non è fisico ma mentale. A differenza degli altri due casi il bus non è presente, ma solo proiettato dalla nostra fantasia. In sostanza non c’è, ma si spera che ci sarà. L’attesa del bus può essere divisa a sua volta in due fattispecie:

  1. Attesa fuori dalla fermata
  2. Attesa alla fermata

Nel primo caso l’autobus non lo prenderemo mai. Nel secondo, non possiamo escluderlo. Il verificarsi o meno dell’evento dipende dal numero (la linea) e dal traffico. Esistono anche cause ulteriori per la verità (sciopero, rottura del mezzo, cazzi vari…), ma non possiamo stare qui a spiegare tutto. Diciamo solo che esistono alcune linee particolari che in quanto a frequenza hanno acquisito nel tempo fama leggendaria, quasi mitologica. Sempre per fare un esempio, molte persone a Roma grazie al 228 hanno ricominciato a fumare.

Qual che sia la fattispecie individuata, rimane il fatto che l’attesa del bus ha una sua corona di emozioni: “sarà lui?” “Non sarà lui?”

Poche cose al mondo ci rendono felici come la conferma che l’autobus che aspettiamo è in arrivo in lontananza. Poche cose al mondo viceversa ci fanno male come la disillusione: “mi sembrava il 719 invece è il 718”.

L’attesa dell’evento ci riporta sul piano della sensibilità e del posizionamento emotivo rispetto al mezzo pubblico. Sarà pure di leopardiana memoria ma quello che capiterà ci rende sempre più felici di quello che sta capitando.

 

 

 

 

 

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