Esegesi della cazzata

11 Agosto | In: Dall'Italia | Di: Giampiero Venturi

L’approccio cognitivo dell’uomo da sempre porta con sé l’esigenza di darne testimonianza. Il concetto stesso di ricordo altro non è in fondo che la scatola nera delle azioni compiute e di quelle viste compiere. Il raccontare ad altri è però un’impronta innanzitutto teorica, spesso priva di un applicativo concreto e di una forma espressiva tangibile.

Al di là delle forme di riferimento spicce (“Ma lo sai che…” “Ieri sono andato a…” “Ha detto mi’ zio…”), una parte considerevole di ciò che vediamo, sentiamo e facciamo rimane infatti sepolto nella memoria del nostro vissuto. Questo sostanzialmente per due ragioni:

  • mancanza di un contesto utile alla testimonianza (“a chi lo dico?” soprattutto “che je frega se je lo dico?”)
  • limiti e impedimenti delle nostre capacità espressive

 

Alle due variabili si aggiungono il passaggio del tempo che per forza di cose affievolisce l’affidabilità del resoconto e il grado di attitudine all’osservazione della realtà che in alcuni individui è molto basso o addirittura nullo.

Ciò che si riesce a trasmettere però, nel preciso passaggio dalla fonte al destinatario, diretto o generico che sia, diventa comunicazione.

Lungi dal voler disquisire sull’argomento, è bene porre l’attenzione su una presenza opzionale nelle varie forme di comunicazione umana: quella che in senso ampio e generale, definiamo come cazzata.

 

Il peso che la cazzata (o più genericamente cazzate) assume in uno specifico contesto dipende dalle pressoché infinite varianti di mezzo, forma, stile e finalità in cui e per cui la comunicazione è strutturata.

 

Distinguiamo due grandi famiglie di cazzate.

Evidenziamo innanzitutto la cazzata assoluta con cui indichiamo la qualità dell’atto stesso del comunicare. Essa coincide con l’insieme della nostra testimonianza ed esprime l’efficacia a tutto tondo di ciò che si vuole trasmettere agli altri.

“Hai fatto una cazzata…”  “Secondo me è una cazzata…” sono esempi di asserzioni che isolano il valore assoluto della comunicazione e non una sua componente.

Con cazzata relativa invece ci si riferisce alle singole parto del discorso, facendo distinzione però fra due diversi significati:

  • la cazzata relativa soggettiva, a sua volta distinta in cazzata relativa per opinione e cazzata relativa per contesto. Con la prima si indica la cazzata che è tale solo per alcuni; con la seconda quella che dipende dai contenuti in cui è inserita e dalle sfumature semantiche.
  • la cazzata relativa contestuale che invece ha un valore puramente registico sintattico, ben legata alla sceneggiatura del nostro riferire. Se ne conoscono molte varianti raggruppabili per classe: sintattica (per esempio la cazzata grammaticale basata su un errore volontario); retorica (cazzata di forma, cazzata figurata come per esempio quelle basate su metafore), temporale (cazzata una tantum, cazzate a nastro ecc…), dimensionale (grossa cazzata, mezza cazzata ecc…)

 

Ad ogni buon conto il tessuto narrativo delle testimonianze umane è imbevuto di cazzate a cui a torto o ragione si pone un accento spesso troppo debole rispetto alle conseguenze che generano nel destinatario della comunicazione. La cazzata finisce spesso per essere il file rouge di una trasmissione cognitiva senza però che essa assuma un valore in sé, primario e permeante.

Alla luce di nuove forme dell’ambito del dire e del raccontare, sarebbe opportuna una riflessione ben più accurata. Quantomeno per coglierne gli aspetti sociali diffusi che esulano da prospettive strutturate e organizzate, più legate a piattaforme strumentali quali l’intrattenimento e l’umorismo professionale.

Se il nostro passato, il nostro quotidiano e inevitabilmente il nostro futuro sono pieni di cazzate, la sottovalutazione della sua incisività nelle nostre relazioni personali non può che tenerci all’oscuro di un lato importante del nostro vivere. I danni che ciò comporta sono con tutta evidenza non quantificabili.

Aggiungi un commento