Panegirico della frontiera

12 Agosto | In: Dal Mondo | Di: Giampiero Venturi

Attesa, fila, tensione, problemi, sudore, difficoltà a capire. Con un francesismo diremmo “rottura de cojoni”. Questa in sintesi l’esperienza comune alle frontiere, lungo i confini di mezzo mondo. Ma è solo apparenza. Un viaggio senza dogane non è un viaggio; uno spostamento senza soluzione di continuità è un movimento a metà. Un po' come andare a Pattaya in Thailandia senza andare a puttane: mancherebbe qualcosa.

È un fattore mentale ma anche fisico. Dove c’è continuità non ci sono differenze; senza percepire differenze, a cosa servirebbe muoversi?

Certo, lo capisce anche un cretino: non sono le barriere a generare i passaggi culturali, spesso più forti proprio dove mancano; non ne sono nemmeno la dimostrazione, perché esistono dogane dove è difficile rilevare distinzioni fra persone, lingue, cose e abitudini.

Il fascino della frontiera però è altro. Vive su una dimensione parallela e rimane intatto nel tempo. La fine di una cosa e l’inizio di un’altra, che siano rappresentati da un fiume, dal capitolo di un libro, o da un palo orizzontale, sono i riferimenti essenziali per ogni fantasia di partenza, di libertà, di transito. In fondo, senza ostacolo non c’è conquista, senza limite non c’è evasione.

La romanticità della frontiera è tutta qui, nel ribaltamento del significato distorto a cui siamo ormai abituati: la dogana non è un limes contenitivo ma un pertugio attraverso cui andare, un trampolino per saltare e vedere oltre.

Nella foia comunitaria post anni ’90 noi Europei abbiamo perso il senso del confine e dell’attese, sperperando il patrimonio millenario di timbri, controlli e passaporti. Abbiamo buttato a mare il “Eh! un fiorino…” di Non ci resta che piangere e il “Ametrano, rifatti la foto che sei peggiorato…” di Bianco Rosso e Verdone. Tutto in nome della comodità. 

Il viaggio non può essere comodo, per definizione. Più lo è e meno è spostamento, diversità, acquisizione e ricchezza. 

La moneta unica ci ha messo il carico. Ci ha disabituato ai calcoli di cambio, dandoci l’illusorio vantaggio del risparmio del tempo. Tempo per cosa? Per vedere città che si assomigliano ogni giorno di più, abitate da milioni di ebeti vestiti uguali capaci di comprare le stesse cose ma in difficoltà già alla tabellina del 3.

Il principio non è ideologico ma sentimentale. La frontiera, per natura quanto di più burocratico e artificiale l’uomo possa costruire, finisce con l’essere il richiamo fiabesco che resiste a un mondo destinato ad unicizzarsi: per costumi, per lingua, per pensiero. In una logica di puro movimento, il completarsi di questo processo renderà inutile spostarsi da un luogo ad un altro. Il virtuale prenderà il posto dello zaino e il viaggiatore diventerà spettatore di teatrini ambulanti: che siano i finti gladiatori al Colosseo, i finti Tuareg in Marocco o i finti suonatori col sombrero in Messico, poco importa.                                                        

Catastrofismi a parte, esiste anche un processo inverso per la verità. Nelle esperienze di viaggio di girandoloni.com ne parliamo spesso.

Proprio negli anni ’90, mentre l’Europa convergeva verso una Banca comune, nascevano quindici nuove repubbliche dalle ceneri dell’Unione Sovietica e altre sei da quelle della Jugoslavia. Al di là del carico di morte annesso, ascrivibile più alle abolizioni precedenti che alla rinascita successiva delle frontiere, il processo ha riportato in auge culture, lingue e culti sopiti o soffocati per decenni, talvolta per secoli. Ben vengano le quattro ore di attesa alla frontiera fra Uzbekistan e Tagikistan e i problemi in quella fra Lituania e Bielorussia. Non è un timbro che impedisce ad un popolo di essere libero.

È il paradosso della frontiera. Più problemi comporta più cresce l’attesa. Se cresce l’attesa, cresce l’immaginazione di quello che ci sarà dall’altra parte.

In un mondo cieco e veloce in tutto, sembra un male piccolo piccolo.

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