Burkina Faso

BF

Il ricordo

  1. “Nonostante la diarrea, arrivederci Africa…”

 

  1. NOTTI: 9
  2. BUDGET: 1300 €
  3. FATTO A: marzo
  4. DA: 2 girandoloni
 
  1. PERCORSO
  2. Ouagadougou, Fada N’Gourma, Diapaga, Parco d’Arli, Parco di W, N’Gourma, Tiébélé, Riserva di Nazinga, Leo, Cascate di Karfiguela, Lago di Tengrela, Banfora, Bobo-Dioulasso, Ouagadougou.
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Chiariamo subito: Ouagadougou (en français uagadugù) non è una presa per il culo: è la capitale del Burkina Faso. Il Burkina Faso è uno Stato dell’Africa subsahariana; una volta era… l’Alto Volta, appunto. 

Obbligatorio il vaccino per la febbre gialla. Consigliati quelli per difterite, tetano, poliomelite tifo, epatiti A e B. Noi girandoloni consigliamo di più anticagotto e salviette igienizzate a pacchi però…

Per Ouagadougou (uagà, per gli amici) ci sono voli Turkish con scalo a Istanbul. Sono più lunghi ma costano meno di Air France che comunque fa scalo à Paris.

Volo Roma Fiumicino-Istanbul alle 10,55. Arriva alle 14,30. Per Ouagadougou parte alle 17,45 e arriva alle 23. Costo A/R 550 €.

Alla domanda:  “che c’è in Burkina Faso?”

LA risposta è “niente…”.  Ma niente per dire niente. I turistardi di solito evitano.

È Africa piena, in parte Sahel, tra deserto e savana. Ex colonia francese con buone prospettive di qualificazione ai Mondiali, ma alla canna del gas da sempre. Le risorse principali sono: molta umanità, polvere, sabbia e caldo. Il Burkina, al contrario di molti Stati vicini, non ha nemmeno grossi fiumi e risorse naturali. Il Paese era noto per le carestie in stile Biafra; il Biafra da che mondo è mondo non è il Canton Ticino. Si sa e va bene così.

Sembriamo cinici noi girandoloni. In realtà sdrammatizziamo con più sensibilità delle ONG pagate da organismi internazionali con la scusa della solidarietà. È più onesto trattare i Burkinabè (gli abitanti del Burkina) da Africani dignitosi, piuttosto che fingere di condividerne i dolori. Non si contano i radical chic che girano tra foulard e foto commoventi…  Ci sentiamo di dire “mortaccivostri… viveteci tutto l’anno come i bambini africani, invece di sentirvi migliori per due collane etniche al collo…”

Si arriva di notte. Il Burkina sta due ore indietro rispetto all’Italia. L’aeroporto è piccolo (ne è previsto un altro, forse…) e sta a un metro dalle case. Si scende con scaletta nella sera africana e si sbrigano le pratiche doganali. Il clima è secco e fa caldo a 360°. Si entra col visto (Ambasciata a Roma, via XX Settembre 86). I doganieri vestiti di beige sorridono e sono simpatici.

Le scritte sono tutte in francese e il Burkina Faso è un ex colonia francese. Forse le due cose sono collegate…

Andando in Burkina avere un contatto in loco è meglio che non averlo. Segnaliamo Michel Kabore. È un amico che aspetta in aeroporto con la macchina. Bravissima persona. Se non c’è lui, manda un amico suo. Se non c’è nemmeno l’amico suo, vuol dire che ha dato buca…

+ 226 70268867

Chi non parla francese o un dialetto africano, si arrangia. Ad ogni modo “Nizabre” vuol dire “buonasera”, “nibero” “buongiorno”. Almeno sulla buona educazione ci siamo.

Presi bagagli e confidenza si arriva al Pavillon Vert a uno sputo dall’aeroporto. È una specie di giardino con bungalow, spartano, gradevole col personale lento, simpatico e disponibile.

http://www.hotel-pavillonvert.com/index.html

Una doppia con bagno e ventilatore costa sui 20 €. Di notte non si vedono gli stronzi radical chic finti poveri con poesie africane nello zaino, ma in realtà ci sono. In compenso il wifi gratuito funziona subito. Colazione con meno di 3 € (accettano i 5, il resto mancia) e via con l’autista in Toyota.

Il giorno è caldo e il cielo è blu pennarello.

Autista e 4x4 costano 60 € circa al giorno. Costi, tappe e condizioni è meglio scriverli su un foglio da far leggere all’autista, per evitare cose strane. La benzina vale 1 € a litro, sugli standard africani (vedi altri viaggi in Africa). Quanto puzza è un costo a parte.

Vicino l’hotel c’è un’Ecobank. Sta di fianco alla sede dell’UEMOA, la Comunità Europea dell’Africa Occidentale. Si cambiano euro in franchi CFA (pronuncia sefà). L’acronimo sta per Communauté Financière Africaine (Colonie Francesi d’Africa per i più maliziosi…). È adottato da Burkina, Mali, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Niger, Togo, Senegal, Benin, Camerun, Congo, Centrafrica, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad. Il classico gruppo di superpotenze per intenderci…

Per i CFA ci sono anche i bancomat che vanno a carta di credito.

Intorno ci sono i palazzi del potere, fra cui il comando di Polizia, un Ministero e il Parlamento. È la Ougadougou che conta insomma…. C’è pure un distributore della Total per la benzina. A proposito: per evitare cazzate grosse, anche se in Burkina si rischia meno che in altri Paesi africani, è bene avere sempre almeno mezzo serbatoio pieno.

In un chiosco in strada si compra la tessera telefonica TELMOB a 1000 CFA, utilissima. Si chiama in Italia con 30 centesimi al minuto.

Fa caldo. Molto.

Giro per Ouaga, più asfaltata del previsto. Si passa davanti alla Cattedrale color terra battuta e allo Stadio. Tutt’intorno motorini, biciclette e camioncini Peugeot improvvisati; tanta gente a piedi, colori, polvere e sorrisi.

Si passa per Place Cineastes col suo birillo colorato al centro. Non è un nome dato a cazzo: il Burkina ospita ogni due anni il Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou: è l’orgoglio della nazione e del continente. Giro per la grande Place de la Nation con la sua bella fiaccola e il Palais Kossyam (il palazzo presidenziale) che sembra un centro commerciale. C’è anche Place des Nations Unies, con la sua brutta geosfera al centro. Traffico disordinato fra puzze e caldo che si mischiano a una bella aria d’Africa. Non si spiega, ma ha tanto fascino.

Come diceva Rino Gaetano, il cielo è sempre più blu.

Vicino all’hotel ci sono i barrages, bacini di acqua costruiti negli anni ’60 per il fabbisogno idrico. Sembrano laghi stanchi. I Burkinabè ci fanno di tutto. È onirico e strano.

L’autista ride sempre. “Yel Kayé” sta per “tutto ok”. Lo ripete in francese africano, ideale per le caricature.

Sono brava gente i Burkinabè. Orgogliosi da non chiedere elemosina in modo asfissiante. Sicuramente più pacifici di Maliani, Nigerini, Ivoriani e Ghanesi confinanti. Sarà un caso ma il Burkina Faso, pur nella cacca, è un Paese stabile rispetto ai casini dell’area. L’estremismo islamico che ha attecchito in Mali, in Nigeria, in Niger e in genere in tutta l’Africa dell’Ovest, qui non si vede. Eppure i musulmani sono molti, come le moschee. Paese che vai, tolleranza che trovi.

Il primo cagotto di solito viene verso la sera del primo giorno. Giusto il tempo di arrivare a Fada-N’Gourma, quattro ore a est, lungo la Nazionale 4.

Prima di lasciare un centro abitato si fa la scorta di acqua nei chioschi. Due casse di Lafi, l’acqua minerale nazionale, costano 8000 CFA, circa 1 € a bottiglia. Non è da escludere che il cagotto sia dovuto proprio alla Lafi, che a una primo assaggio non sembra di provenienza alpina. I chioschi vendono anche sigarette locali: da 400 a 600 CFA al pacchetto.

Non c’è nulla oltre a baobab, sole e frasche polverose. Il traffico è sporadico nonostante la strada sia l’asse per Niamey, in Niger. Ogni tanto qualche controllo di polizia e molti motorini.

Possiamo confermare: in Burkina Faso, non c’è nulla, ma fa caldo.

Pranzo a Zorgo.

Domanda: “Cosa si mangia in Burkina Faso?”

Risposta: “Se si mangia, vanno forte riso, legumi, farina e noodle, gli spaghettacci scotti che infestano il mondo”.  Può capitare la carne, non si sa bene di cosa; è un bene prezioso però e se c’è, le porzioni sono parche. Lungo le strade ci sono i restaurant, in realtà panche con quattro pentole a vista. Si paga 500 CFA a piatto. Meno di 1 €. L’igiene non è scarso: non c’è proprio...

Via sull’asfalto polveroso fino a Fada-N’Gourma, villaggio di terra e baracche. Bambini e polvere rossa ovunque. È Africa.

C’è un bacino d’acqua a Fada. C’è pure un mercato ortofrutticolo dove si strilla e si vende di tutto. Essere gli unici bianchi (o babu come dicono i Burkinabé), fa strano parecchio.

Davanti al barrage, c’è la Belle Etoile di Alfred Ouoba. È una guida locale potenzialmente utile.

+226 70 24 67 71

belletoilealfred@yahoo.fr

Si dorme nei bungalow tondi del Dieumoagou, subito dopo la Belle Etoile. L’autista sparisce con la macchina per tornare puntuale di mattina.

Cena con meno di 3 €. Si mangia principalmente il (impasto di farina sempre diversa) e forse pollo. Loro sono simpatici e gentili. Hanno pure la birra Brakina, tipica burkinabé e buona, in bottiglia da 50 cl.

http://dieumoagou.free.fr/

Con 10 € c’è la colazione compresa a base di pane fritto con olio di palma o di motorino Peugeot. Il pane fritto in strada costa 100 CFA al pezzo, circa 0,15 €.

Per fare la cacca bisogna essere molto elastici; per lavarsi idem. Le bottiglie o le sacche d’acqua che usano i locali, sono l’unica vera soluzione al bidet.

Da Fada parte una strada verso la frontiera del Niger e una a sud verso quella col Benin. Più Africa di qui c’è solo Tarzan. Non è azzardato dire che Stoccolma è più fresca. Il clima secco però aiuta a sopportare il caldo.

Si punta a est verso il Parco di Arli. Le prime due ore sono asfaltate, poi comincia il viaggio a cacchio. È tutto secco e desertico. Baobab ovunque e foreste di sterpi per ore. S’incrociano moto e camion assurdi. La strada però, rimane fattibile; nella stagione delle piogge viceversa, da aprile a luglio, spesso non è praticabile.

Lo spuntino di pane fritto con richiamo di scorte italiche di tonno e pan carré si fa a Nadiamboni un cumulo di polvere con baracche, tra bambini che guardano e chiedono con discrezione. Africa e polvere. Il posto è assurdo, come il caldo.

Diapaga dista circa cinque ore da Fada N’Gourma. È il villaggio all’estremo est del Burkina da cui si accede al Parco d’Arli e alla Riserva di W, detta così per la forma del fiume Niger.

Non si dorme nei campement interni ai parchi. Si pernotta all’Hotel Ougapo di Diapaga. È un motel nel cuore dell’Africa. L’autista dice che va bene. Se lo dice lui allora siamo a posto…

+226 40791088

Una doppia con aria condizionata sta sui 35 € in CFA. Colazione sui 2 € e una pasto con apparente pollo e riso sui 6-7 €. Volendo c’è pure internet.

Fumare una sigaretta burkinabè nel giardino, fra una folata di polvere, una birra Brakina e versi di animali sconosciuti, non è descrivibile. I tramonti africani sono unici. È tutto una meraviglia. Del resto, a Diapaga dire “ma pensa tu dove cazzo siamo finiti…”  è un classico.

Escursione di un giorno nel parco: 10000 CFA per ingresso e guida obbligatoria. Circa 15 €. L'ingresso della macchina fotografica si paga a parte. Provare a entrare nascondendola è impossibile perché la guida di solito fa la spia. Si tratta per il prezzo.

“Che c’è al Parco d’Arli?”

La prima risposta di solito è  “e n’do sta? ”

Non lo conosce nessuno. Prima di partire, nemmeno noi girandoloni sapevamo esistesse. Dentro ci sono elefanti, coccodrilli, leoni, ippopotami ed è condiviso col Benin che lo chiama in un altro modo (vedi altri safari su questo sito). Io sto con gli ippopotami con Bud Spencer e Terence Hill è il riferimento continuo.

Rientro all’hotel e altra escursione il giorno dopo nella riserva di W. Le giornate sono massacranti, ma vale la pena come ogni safari.

Il Burkina Faso non è turistico e il flusso di turistardi è praticamente inesistente.

Portarsi il “pranzo” al sacco è facile. Basta organizzarsi con l’hotel.

L’Africa è invasiva e straordinaria. Acqua e cacca sono parole che tornano spesso.

Al di là di leoni e altri animali non idonei al salotto, il Burkina come ogni altro Paese d’Africa, non si fa mancare le bestie fastidiose. I serpenti si trovano negli ambienti rocciosi, quindi per fare pipì e pupù all’aperto è meglio rimanere dove c’è terriccio. Gli scorpioni invece possono essere ovunque, anche di notte, ma il pericolo non è troppo frequente. In ogni caso, chiunque avesse la passione per animali di merda, in Burkina Faso potrebbe trovarsi a suo agio. Gli insetti fanno ciò che vogliono.

Si torna indietro per la stessa strada fino a Fada. Diventare celebri è facile in Africa. Basta tornare e sorridere. A Fada l’autista fa benzina e controlla la macchina.

La terra è ovunque. Sistemazione e tramonti identici tra cena e vita locale. Oltre al di farina di granturco ci sono cous cous e fagioli che in Africa vanno sempre forte.

Al suono di ngoni (un mandolino…) e di tamburi, con la voce di un griot (menestrello) sedicente autentico, si presenzia anche a un’esibizione di musica tradizionale. Tutto molto fico.

Partenza all’alba verso sudovest. Per orientarsi il sole serve più di un satellitare. In circa un’ora e mezza si arriva a Koupela altro agglomerato importante sulla via di Ouaga. Appena entrati in città c’è una rotonda con le indicazioni a sinistra per la frontiera col Togo e il villaggio di Tenkodogo.

Precisiamo che Togo non è un bastoncino al cacao, ma una repubblica africana confinante col Burkina Faso. Si qualificò ai Mondiali del 2006.

Sparati fino a Tengodoko senza sbagliare un colpo. I colpi li prende la macchina fra le risate dell’autista. Se fosse il proprietario riderebbe meno. La strada comunque è buona, anche quando si fa più desertica. Si punta a sud col sole a cannone dalla parte del passeggero.

In un’ora scarsa si arriva nel villaggio. Cacca all’aperto, lavaggio mani e pausa pranzo rapida con crackers e tonno di scorta. A Tenkodogo vendono la Coca Cola ed è pieno di biciclette. Un morto di fame nostro qui sarebbe un pappone. Si riflette tanto e si sta in silenzio. Il mondo non gira come dovrebbe…

Dritti per Tièbele, in culo al nulla. Baobab e caldo tra polvere e povertà crescente. Man mano che ci si sposta dai grandi agglomerati, aumenta. Aumenta anche la bellezza profonda della natura, dominatrice assoluta. L’uomo nero qui è ospite; figuriamoci l’uomo bianco…

Procedendo verso sud, si seguono le indicazioni sulle piste per la Régional 12. Di primo pomeriggio è un massacro.

Si procede per due ore nella polvere cercando Zabre e poi Tiébélé. Zabre è un insieme di baracche e case di fango. Tiébélé invece è molto simile al pianeta Marte in bassa stagione.

Il riflesso del sole che scende sulle case dipinte tradizionali non ha eguali.

Il villaggio sembra un servizio da tè di terracotta dipinto a mano. Anche un po’ il villaggio dei puffi costruito su basi africane. È la tradizione Kasséna, dicono…

Nell’unico crocicchio del luogo, fra bambini curiosi e donne colorate, c’è un chiosco con scritto Bar Titanic . Bar Titanic nel deserto è commovente per l’ironia.

Al chiosco si chiede di Pascal che gestisce l’Auberge La Tranquillité.

+226 70763536.

Lo mandano a chiamare e lui arriva. L’albergo è indietro, sulla strada per Zabre e consiste in case a forma di tazzina o di fungo immerse nella terra rossa e dipinte a mano. È strano per dire strano.

Una sistemazione doppia costa 3500-4000 CFA, circa 7-8 €. Un pasto sui 3 €. Cucina Pascal o la moglie ed è un’esperienza unica. Non ci sono parole.

Pascal gestisce pure il giro di biciclette da affittare. Pascal è un paraculo.

Tra fagioli, e riso spuntano fuori la Sobbra, altra birra del Burkina Faso. Buona, forse meglio della Brakina.

Saluti e baci tra occhioni, polvere e pensieri. Si parte per Nazinga che non è un cartone animato ma una Riserva.

Superato Pô, villaggio crocevia, non bisogna fare la cazzata di andare a sud, verso la frontiera col Ghana. Nel caso, si torna indietro di 20 km, tra camion assurdi e gente aggrappata sopra.

Massimo un paio d’ore e si entra nell’area protetta.

Costa circa 20 € in CFA, ma l’organizzazione è più a cazzo che teutonica. Orari, guide, prezzi e informazioni sono così, come vengono…

Coccodrilli nelle zone umide (se è stagione) antilopi di ogni genere, bufali e scimmie. Nel complesso delude le aspettative, ma è molto selvaggio.

Usciti a ovest, da Nazinga si prende la strada per Leo, cittadina con l’accento sulla “o” che sembra un incrocio tra una discarica e un campo di calcetto di periferia; terra rossa, bus sfondati e folla ovunque. Risente della frontiera col Ghana, distante dieci minuti. Molti camion con gente ammassata, molte merci, molto movimento. È una tappa buona per riprendersi. Fa caldo.

Con l’equivalente di 50 € in CFA si prende una doppia all’hotel Sissilis. Piccolo semi-lusso rigenerante. Leo ha un piccolo aeroporto (una pista di terra) e per questo non è al riparo da turistardi.

http://hotelsissilis.com/index.html

A bordo piscina, sigarette locali e birra Brakina aiutano noi girandoloni a stare lontano dagli Europei finto tolleranti. Un po’ meno da un senso di colpa verso gli standard locali. L’Africa è fuori, ma ogni tanto serve staccarsi.

Cena di carne, riso e verdure con 12.000 CFA.

La doccia se è rotta, non si fa. Per il sudore, c’è la piscina con mutanda libera e insetti al galleggio.

Sveglia all’alba, benzina, scorta di sacche d’acqua Barajii con l’autista risbucato da chissà dove e partenza.

Si punta Banfora passando per le piste a ridosso del Ghana e della Costa d’Avorio. Sono otto ore di macchina tra polvere, rimbalzi, mercati improvvisati, frasche secche, baracche, baobab, bambini e biciclette. Spesso anche cacche brutte all’aperto: in Burkina e in Africa vanno messe in preventivo, come il cappello contro l’insolazione. È dura l’Africa. Durissima a volte.

È un continente incredibile. Infinito e incredibile. Sempre identico eppure diverso, sfiancante. Senza tregua. Senza respiro. Spesso, senza un cazzo.

Banfora è una meta turistica, per le cascate e il lago degli ippopotami. Avere un autista mette al riparo dall’assalto delle guide improvvisate che cercano un ingaggio in cambio di cadeaux

Si arriva all’hotel La Canne à Sucre. Non ci vuole un Nobel per capire che vuol dire canna da zucchero. Sembra il giardino di una casa: ha una piscina tra le bouganville, con bungalow molto carini. Loro sono gentili, discreti e ovviamente lenti.

http://www.hotelcanneasucre.com/

Si cena sui 10 € in CFA che è molto secondo gli standard. Ancora noodle, riso e tô.

A pochi minuti da Banfora, ci sono le cascate di Karfiguela. 1000 CFA per l’ingresso dopo l’ennesima pista di terra rossa; anche se nella stagione secca l’acqua è poca, si può fare un bagno per abbassare la temperatura e sostituire la polvere con altro tipo di sporco. La zona è turistica e s‘incontrano diversi Francesi e altri Occidentali stupidotti col cappello da ranger.

Nell’adiacente Lago di Tengrela c’è meno traffico; prevalgono gli ippopotami. C’è pure la bilharzia però, un brutto virus che si prende dalla loro pipì. Bisogna stare in campana perchè è roba seria.

Con 2000 CFA le guide locali offrono il giro nelle barchette. Se non fosse per gli ippopotami sembrerebbe il Lago di Chiusi un po' più giallo.

Fa caldo in Burkina. Nella stagione secca anche peggio. L’Africa dopo un po’ lascia i segni.

Giro nel mercato di Banfora e poi via per la strada di Bobo-Diuolasso e Ouagadougu.

Donne con pesi sulla testa, teli colorati, piedi nudi, frutta, fiori, polvere, bambini. Essere bianchi torna a essere un target, una conquista, un’occasione. L’assalto è più intenso che altrove.

Luce e cielo blu. Motorini e bici. Baracche. Musica tradizionale ovunque. Finestrini aperti per inebriarsi di luoghi primordiali.

Un’ora per Bobo. La passeggiata per l’Africa continua dopo Avenue Charles De Gaulle e un paio di rotonde tra vecchie Peugeot stracariche, carretti, biciclette gente a piedi che porta di tutto non si sa dove.

Bobo è la seconda città del Burkina e ha una periferia grande come la povertà che contiene. La strada a doppia carreggiata corre dritta per la capitale.

Ci vogliono più di cinque ore.

A Boromo, a metà strada, nel caos più totale, rifornimento di sacche d’acqua calda, benzina, pane fritto e poi pipì all’aperto.

Si arriva a Ouagadougou col culo piatto e il sole stanco.

L’autista, ormai in confidenza, propone l’hotel La Palmeraie legato a qualche suo aggancio. Potrebbe essere buono

http://www.lapalmeraie.biz/

Per tenere fede alla parola data però, si torna al Pavillon Vert.

In Place des Nations Unies c’è Le Jardin de l’amitié, un ristorante pub all’aperto con musica locale dal vivo.

Per l’ultima sera è perfetto. Birra Brakina, riso, pollo e con gli ultimi 15000 CFA.

Riposo e giorno in giro per Ouaga, con Michel che torna per l’occasione.

I saluti all’aeroporto sono particolari: il Burkina Faso, come spesso capita in Africa, lascia un nodo in gola. Tornare alla velocità e al superfluo a noi girandoloni non piace. Soprattutto se il superfluo è popolato da stupidi che odiano le proprie fortune.

Volo Turkish all’una di notte. Arriva a Istanbul alle 9,15 locali. Per Roma parte alle 12 e atterra alle 13,30.

Arrivederci Africa. Davvero.

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