India

IN

Il ricordo

  1. “Più di ogni altra cosa, mi colpì la cura dell’igiene…”

 

  1. NOTTI: 9
  2. BUDGET: 1500 €
  3. FATTO A: agosto
  4. DA: 2 girandoloni
 
  1. PERCORSO
  2. Delhi, Jaipur, Agra, Varanasi, Delhi.
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Volo Qatar Airways Roma-Doha alle 11,30. Arriva alle 18,05 (ora di Doha).

Dallo scalo qatariota (da tempo volevamo scrivere “qatariota”) parte per Delhi alle 21. Arriva in India alle 3,25 di notte, ora di Delhi. 620 € A/R.

Da Malpensa c’è Austrian con scalo a Vienna che costa pure meno.

L’aeroporto Indira Gandhi è fico. Molte luci, molti tapis roulant, molte cose prima dei controlli doganali: bravi! L’area condizionata dell’aeroporto è alta ma meglio dell’umidità esterna che ricorda una piscina piena di sudore.

Alcuni Indiani hanno il copricapo a turbante, anche se indossano l’uniforme. Sono Sikh, religione che fa capo al Tempio d’oro ad Amritsar, nel Punjab. Va da sé che quelli senza turbante non sono Sikh.

Prima di uscire bisogna cambiare gli euro in rupie. L’ufficio cambi è agli arrivi in fondo a sinistra. Gli impiegati sono molto suscettibili. Se si straniscono mettono le braccia conserte e non parlano più, come i bambini. Non è uno scherzo.

Il meccanismo con cui si prende un taxi all’aeroporto di Delhi non è chiaro, probabilmente nemmeno agli Indiani. Di solito però, prenotando l’hotel, ci si accorda per un pick up: costa meno del taxi.

L’impatto con l’India è particolare. Chi non è mai stato in Asia ha difficoltà all’inizio. Chi già ci è stato, pure.

La strada NH 8 corre dall’aeroporto al centro di Delhi. S’intuisce che l’India in quanto a traffico non è la Groenlandia.

L’Hotel Cottage Crown Plaza, che dal nome sembra un rifugio alpino di lusso, è una pensione persa nel dedalo di viuzze di Pahar Ganj, la zona intorno alla stazione dei treni. Sta in Main Bazar 5136. http://cottagecrownplaza.com

Sono meno di 30 € a notte. Arrivando di notte, l’addetto alla reception non gradisce. Ci può stare.

Dheli fa 300 miliardi di abitanti, la metà sono nella zona dell’hotel. Descrivere la zona come un casino vero è assolutamente riduttivo.

Quelli del management in albergo, hanno il piglio del business, ma non sono i soli. Gli Indiani hanno il pallino degli affari. Alla naturale propensione asiatica per la trattativa, uniscono l’eredità mercantile britannica, non slegata da una certa stima per il denaro. Ne viene fuori un negozio costante, dove per usare un latinismo, non è rarissimo finire col prenderlo in culo. 

Di mattina, una sorta di esperto dispensa consigli sul viaggio e informazioni sull'India. Anche se la statura non lo aiuta, è il boss dell’albergo. Finisce con l’essere più utile che fastidioso. Per 1300 rupie (meno di 20 €) offre auto e autista per la permanenza a Delhi.

Disporre di un’auto con autista a Delhi non è vezzo da radical chic, ma una necessità soprattutto se il tempo a disposizione non è tantissimo. Del resto orientarsi da soli a Delhi è come mangiare la coda alla vaccinara con la camicia bianca senza sporcarsi: è molto difficile.

Il Forte Rosso (5 € per entrare), il Palazzo Presidenziale, la tomba di Humayun. Si fanno le tappe in auto.

È incredibile Delhi. Incredibile la quantità di gente che c’è in giro, ovunque e a qualunque ora. Tuk tuk, risciò a pedali, risciò a mano, biciclette dappertutto. È fuori da ogni descrizione possibile. Meraviglioso e spaventoso.

Chiariamo che i tuk tuk non sono uno snack, ma le Apette Piaggio telonate che fanno da taxi. In Asia non sono una rarità ma in India sono 200 miliardi. Sono gialloverdi e molto funzionali. Non essendo chiuse, si sale e si scende al volo con tanto di bagagli e ci si muove per le città. Una corsa costa pochissimo ed è anche un buon modo per prendere smog o al limite solo umidità. Andare in India e non salire su un tuk tuk è come andare al mare e non farsi il bagno: sarebbe un peccato.

Fuso permettendo, si cena allo United Coffee House in Connaught Place, la piazza fatta a cerchi concentrici (Outer, Middle, Inner), che è il cuore di Delhi.

http://unitedcoffeehouse.com/?gclid=CJPTvPbh4LYCFcpb3godI1YAug#

Anche se gli Indiani non sono campioni d’informazioni stradali, ci si arriva facilmente. Dall’hotel è meno di 1 km a piedi, ma bisogna prepararsi ad attraversare la zona del bazar. L'area fra la stazione dei treni e Connaught Place è una via di mezzo tra una città bombardata e un girone dell’Inferno dantesco. Per strada, fra puzze diverse, gira gente di ogni specie: vestita, nuda, povera, poverissima, morta, quasi viva, sveglia, in trance, a piedi, che pedala, che ha pedalato, che vorrebbe pedalare ecc… Servono un paio di giorni per abituarsi, ma il colpo d’occhio è spettacolare. L’India fa riflettere su tante cose. Soprattutto su quanto è stupido vivere lamentandosi.

Si mangia indiano con poche rupie anche se il posto è chic e ben curato. Servono la birra indiana Kingfisher, molto diffusa.

In albergo si può comprare il biglietto del treno (in rupie 8 € per quasi 300 km) e prenota l’hotel per Jaipur.

I biglietti ferroviari indiani prevedono otto tipi di classe. Con scompartimenti:

  • AC1 (Air Conditioned Chair) per quattro persone convertibili in letti;
  • AC2 per 4 persone (più sfigato);
  • AC3 per 6 persone convertibili in letti;

senza scompartimenti:

  • First Class (senza aria condizionata);
  • AC Chair Class (con aria condizionata)
  • Excecutive (versione più fica di quello sopra)

Poi ci sono le Sleeeper Class (cuccette open space) e la Unreserved Second Class (bisogna fare a morsi per il posto).

Gli orari cambiano spesso ma il sito delle ferrovie indiane è fatto bene. C’è anche il modo di vedere i treni in tempo reale sulla cartina. Sostanzialmente non serve a un cazzo, ma è carino.

www.indianrail.gov.in

Il treno 19264 per Jaipur parte da Delhi alle 8,20. Costo, meno di 1000 rupie (14 €) per un posto AC2.

http://www.indianrail.gov.in/between_Imp_Stations.html

Si passa sul cavalcavia pedonale sopra i binari e si arriva al treno giusto. Il posto è un AC Chair Class. I nomi delle prenotazioni sono affissi con dei fogli sui vagoni.

La confusione è totale ma simpatica. Si parte con le porte aperte e i finestrini protetti da sbarre.

Noi girandoloni ci teniamo a dire che i treni indiani sono un mondo a sé. Le ferrovie non sono elettrificate, ma attraversano tutto il Paese. Sono un retaggio britannico che funziona bene: milioni di Indiani si muovono in treno in modo efficiente, seppur in condizioni igieniche ancora da stabilire. I treni sono di solito puntuali.

Si arriva a Jaipur alle 13,10. Jaipur è la capitale del Rajastan, 300 km a sud di Delhi. Famosa per essere rosa, fa più di 3 milioni di abitanti. Per arrivarci si attraversa una campagna verde, con vacche che circolano, villaggi poveri, villaggi poverissimi e biciclette. Sul treno, il grido “chai chai chai!!” anticipa i venditori di tè. Un bicchiere costa 20 centesimi di euro.

A Jaipur c’è l’assalto dei procacciatori di ogni cosa. Con il nome dell’hotel in mano si tenta la fortuna affidandosi a culo a qualche presunto tassista. Si dà per scontato che romperà i coglioni per diventare l’autista di fiducia. Infatti è così.

Si arriva al Dera Rawatsar Hotel.

http://derarawatsar.com

È un’oasi con piscina e sala da tè, stile Passaggio In India. Una doppia per una notte, costa meno di 50 € e sono tutti gentili. Anche la colazione è gagliarda.

L’autoproclamato autista a tempo pieno, guida per la città vecchia (la città rosa), il Palazzo del Marajah, il colle dei templi del Galta con le sue scimmie e i suoi santoni, il Jal Mahal, il palazzo in mezzo al lago di Mansagar nella periferia nord (spettacolare). Si offre anche per consigliare ristoranti.

Ci preme dire che non sono pochi gli Indiani che vantano esperienze con turiste occidentali. In effetti è pieno di radical chic che in India tra karma e canne, si lasciano andare all’etnico; non è tuttavia da escludere che girino grosse fregnacce.

Si mangia in luoghi senza insegna con i tandoor (forni in argilla) sull’esterno del locale. Massimo 4 € a testa per piatti a base di carne e spezie con salse di mille tipi.

Anche il Rawat Mishthan Bhandar vicino alla stazione ferroviaria non è male.

La cucina in India è una realtà importante e complessa. Molto diffusi sono i venditori di cibo in strada o quasi (spesso la differenza è difficile da capire), grande occasione per provare il cagotto asiatico.

Ad Ashok Nagar c’è un Lassiwala. Vende frullati indiani eccellenti per meno di 1 €.

Dall’hotel venti minuti di macchina per cenare allo Spice Court.

www.spicecourtjaipur.com

Sembra un ristorante per i matrimoni anni ’60, un po’ per turistardi, con tanto di spettacolo danzante. Ma ci sta, se non altro per allentare il bagno di folla costante.

Colazione e poi giornata a Forte Amber (3 € l’ingresso per gli stranieri), la più classica delle fortezze del Rajastan. Gita in elefante, sfigata ma necessaria. 10 € per entrare e uscire dalla porta principale del forte, anche al trotto volendo. È da coglioni veri, ma va fatta perché in Italia a meno che non si faccia Orfei di cognome, è difficile salire su un elefante. È tutto molto India.

Nello specchio d’acqua sotto il Forte, ragazzini seminudi si tuffano da ogni altezza possibile. Intorno scimmie e altri animali. Fermarsi a guardarli, mentre ci si riposa dal caldo è come entrare in un libro. L’India è un continente, per quanto diversificato, reso unito dallo stesso sapore esotico, riconoscibile, forte. Alle perplessità iniziali su un Paese per certi versi aberrante, si sostituisce pian piano una sensazione di piacevole aderenza. La meraviglia per la diversità vera prende il sopravvento sul disagio.

Si ritorna nel cuore della città. Nel periodo delle piogge, quando attacca il monsone, l’acqua arriva anche a mezzo metro d’altezza in strada. Gli Indiani continuano come se nulla fosse. Chi pedalava pedala, chi camminava cammina, chi guardava guarda, chi stava morendo, continua a morire.

Per pranzo al bando luoghi per turistardi. Solo bettole indiane non identificabili. Biryani (a base di riso) e pollo. Arrivano thali  (vassoi a scomparti) pieni di altre cose speziate. Massimo 6 € in rupie. A fine pasto, non è mai da escludere la diarrea. Dopo un po’ fa compagnia.

Si compra il biglietto ferroviario per Agra, nell’ufficio di fianco alla stazione. È ad 1 km dall’albergo. La tariffa Unreserved Second Class (quella dei morti di fame per intenderci) costa 300 rupie.

http://www.indianrail.gov.in/between_Imp_Stations.html

Si compra anche il biglietto da Agra a Varanasi, per avvantaggiarsi. Diciamo per chiarezza che per comprare il biglietto bisogna compilare una scheda di cui si capisce circa un terzo delle cose scritte. So' strani gli Indiani a volte... Si paga solo contanti e in rupie.

Si cena all’Handi restaurant su MI road. È il posto adatto per “Stasera ho voglia di un posto alla buona: andiamo da Handi ”. Infatti: tutto, per 5-6 €.

Si paga l’autista per i due giorni con 40 € in rupie e si riparte.

Tuk tuk fino alla stazione per 2 €.

Partenza col treno delle 6,10. I ventilatori appesi nei vagoni garantiscono l’areazione. Il viaggio è piacevole e affollato.

Passata la città di Dausa si lascia il Rajastan e si entra nell’Uttar Pradesh.

Alle stazioni, indicate coi cartelli gialli scritti in alfabeto latino e indiano, passano venditori di tutto. A Bharatpur un tè e un dolcetto fritto dagli ambulanti, costano 1 € in rupie. La dissenteria è compresa nel prezzo. Ad Agra si arriva prima delle 11.

“Alla stazione c’erano tutti…” cantava De André. E infatti. 100 milioni di persone al metro quadro. In qualche punto anche 200.

Essere Occidentali coi bagagli, non lascia scampo. Le dimensioni ridotte degli Indiani però, giocano a favore. Per camminare bene in India, bisogna fare come Alberto Tomba negli slalom: spostare le persone col dorso della mano, come fossero paletti. Ogni tanto si centa qualche paletto, ma fa parte della gara.

Ci si tuffa sul più simpatico tra i tassisti-autisti che spingono, stringono, urlano. L’equivalente di 2 € per la corsa fino all’Hotel Taj Plaza. Poco più di una pensione.

http://hoteltajplaza.in

In moneta locale, sui 30 € per una doppia brutta ma funzionale. Dal tetto si vede il Taj Mahal, il mausoleo ritenuto una delle sette meraviglie del mondo moderno, costruito dall’imperatore Shah Jahan in memoria della moglie eccetera eccetera...

Specifichiamo: prescindendo dal fatto che l’elenco delle “meraviglie del mondo” è politically correct, non è azzardato ritenere che il Taj Mahal sia un tantinello sopravvalutato: bello l’edificio, belli i marmi, belli i giardini, bello il fiume… bello tutto. Qualche perplessità rimane però, soprattutto pensando che al di là dell’architettura non si rilevano altre opere d’arte.

Per entrare nel complesso ci vogliono 12 € in rupie. Gli Indiani pagano meno. Se lo facessimo noi, dovremmo chiedere scusa a tutto il sistema solare.

Prima di accedere al mausoleo bisogna lasciare le scarpe tra le 7 milioni già parcheggiate per poi recuperarle nel mucchio. Considerando il valore medio della scarpa indiana, chi si presenta con le Church’s, lo fa a suo rischio e pericolo.

Ad Agra fa un caldo da svenimento. L’umidità tocca punte da capogiro. Per chi volesse perdere peso disidratandosi, è il luogo ideale. 

La birra non aiuta, ma sul tetto dell’hotel con la quarta maglietta indossata dalla mattina, ci sta tutta. Le birre in hotel costano come in Europa.

Tuk tuk sotto l’albergo e per i soliti spicci si arriva da Shankara Vegis. Ristorante ottimo, molto indiano e vicino al Taj Mahal. 8 € in rupie con la mancia.

Precisiamo:

parlare con sufficienza di soldi, non significa sempre essere provincialotti italioti. Gli Indiani (a nord più che a sud) appaiono spesso servizievoli e umili, ma non sono sempre in buona fede. Il loro istinto al negozio è forte e dietro le gentilezze si nasconde spesso la malizia. Gli Indiani hanno una forte consapevolezza di sé, come nazione, come popolo, come cultura. La tendenza è aumentata con la crescita del partito nazionalista Hindu, e con lo sviluppo macroeconomico (che non impedisce a 900 milioni di persone di fare la fame). Questo per dire, che l’immagine dell’Indiano buono, santone e accomodante è un po’ datata. Approcciare col sorriso dell’illuminato terzomondista, è il modo più coglione per visitare l’India.

Check out in hotel dopo la prima notte. Bagagli in deposito e altro giro per Agra.

Il Forte di Agra è una gran cosa (gli stranieri entrano con 5 € in rupie) col suo colore rosso e la vista sul fiume Yamuna , affluente del Gange di 1300 km, e il Taj Mahal.

Rientro. Uso dei bagni in hotel per le abluzioni necessarie.

Su MG road, uscendo dell’albergo 500 metri a destra, proprio sul curvone, ci sono alcuni ristoranti per gente locale. Si mangia con 300-400 rupie ciascuno. Menu solo in indiano. Si va a culo. 

Si saluta l’hotel e le scimmie che ci girano intorno. Col tuk tuk, evitando qualche cammello e qualche mucca, si arriva alla stazione di Agra Fort (Agra Cantonment è la principale).

Alle 19,15 parte il treno notturno per Varanasi. Il biglietto prevede uno Sleeper Class, praticamente cuccette open space. Ogni tanto, passa la polizia ferroviaria con dei bastoni, ma alla fine si dorme.

Viaggiare di notte in Sleeper Class è uno spettacolo. Gambe che penzolano da ogni lato; lingue sconosciute, rumori di ogni tipo… Si dorme con un occhio solo perché non c’è possibilità di chiudersi o controllare il bagaglio. Nei bagni non ci sono rischi d’infezione perché gli stessi batteri hanno vita difficile…

A prescindere però, non è traumatico e si familiarizza con facilità.

Preso un chai  dai venditori che passano ogni secondo, si arriva a Varanasi alle 10 di mattina.

Il tabellone degli orari dei treni a Varanasi è scritto in indiano con neon colorati. Si potrebbe propendere a dire “e sti cazzi?” ma è comunque un’informazione.

Nell’androne ci sono 11 miliardi di esseri umani, forse 12.

È bene prendere da subito i biglietti per tornare a Delhi; la biglietteria per stranieri è in fondo a destra guardando l’uscita, dietro una porta a vetri.

Tuk tuk scelto tra le decine di tampinatori e via verso l’Hotel Ganges View, adocchiato su internet senza prenotare.

http://hotelgangesview.com

L’hotel è un misto fra una casa coloniale e un condominio di Gallarate. Nel senso che sulle guide è presentato come un luogo dal grande fascino culturale ma in realtà è un posto solo funzionale ed economico. Sta al centro della città vecchia, in eccellente posizione.

Una doppia grande costa 20 € a notte, ma i prezzi sono a discrezione del ragazzo che gestisce l’hotel e si crede un furbacchione. Si accede al giardino tramite un cancello e si sale per le stanze. Tutt’intorno, Varanasi e i suoi tetti.

Varanasi una volta si chiamava Benares. Come molte altre città indiane ha cambiato nome con l’impennata di nazionalismo indù: Bombay è diventata Mumbai, Calcutta Kolkata, Madras Chennai… 

Varanasi, santa per gli indù e adagiata sul Gange, è famosa per le cremazioni. È quindi una meta di pellegrinaggio interna e una meta turistica famosa al mondo. Il problema di Varanasi è che al suo confronto, anche Delhi sembra Salisburgo. Gli stessi Indiani, descrivono Varanasi come una città caotica e pericolosa. In realtà di pericoloso non c’è nulla, se non una folla costante e una sporcizia strutturale.

Famosi i vicoli di Varanasi, dove escluse zebre e tirannosauri, è possibile incontrare ogni tipo di creatura vivente. Molte anche quelle non viventi. Le case che si affacciano nei vicoli non hanno pavimento. Non c’è nessuna differenza fra dentro e fuori. I colori sono infiniti, come in un set fotografico senza limiti.

La città vecchia di Varanasi tocca il lato sinistro del Gange. Lungo tutto il fiume ci sono i ghat, scalinate sul fiume. Ricordano un po’ i gradini dello stadio, ma hanno una funzione diversa: i ghat danno accesso alle acque del fiume sacro per il bagno purificatore. Alcuni di essi servono per le cremazioni.

I cortei funebri sono continui. Dal fiume arrivano barche con i portatori di legna, che seminudi trasportano le fascine per i falò. A seconda del tipo di legna usato, si capisce il rango del morto. Il sandalo è il più quotato.

Essere cremati a Varanasi è la massima ambizione per un indù. E infatti ogni giorno centinaia di salme vengono arse in riva al fiume. Una delle prime conseguenze è che camminando per la città vecchia si sente sulla pelle una pellicola cinerea. Ci si abitua.

Superate alcune stradine che sembrano bombardate al tappeto da poco, si arriva su Pandit Manmohan Malviya Road (la parallela del Gange dopo l’hotel). La si percorre fino all’incrocio a destra con Tilbhandeswa Colony che porta al fiume all’altezza dell’Harishchandra ghat. In quel punto, di sera, spesso ci sono liturgie indù sulle barche. Molto molto suggestivo. L’area è affollatissima e piena di botteghe e bancarelle. 

Si gira per i mercatini dell’area e nei vicoli, dove si entra in fila… indiana, appunto. Ci si perde di continuo ed è bellissimo. I caruggi di Genova al confronto sono boulevards di Parigi.

Le ore migliori per andare in barca sul Gange sono l’alba e il tramonto. Alla reception si pagano 10 € a testa per la gita. Volendo però, ci si reca al ghat più vicino e ci si organizza per poche rupie direttamente coi barcaioli (più giusto ed economico).

La gita comporta un’escursione di un paio di ore abbondanti fino al Manikarnika, ghat famoso per le cremazioni vicino al tempio Shri Kashi Vishwanath.

La barca si avvicina alla riva e il silenzio della nebbia sul Gange avvolge le chiatte che portano legna. C’è odore di morte ovunque. Scendono i portatori come fantasmi baffuti. Scendono le loro braccia stanche, magre come il legno che stringono. La salma è avvolta nel telo bianco. Si vede bene tra centinaia di pelli brune e vesti colorate. La morte arriva dalla nebbia del Gange e sul Gange trova la sua gloria indù.

Nel percorso a ritroso la barca costeggia molti altri ghat:

Birhavi ghat, Raja ghat, Mansaroverg ghat, Kedar ghat, Prabhu ghat,  Jain ghat, fino a Tulsi ghat, che è quello di riferimento dell’hotel. Il più grande è Dasaswamedh ghat, ma ce ne sono altri.

Ognuno è dedicato o esclusivo per qualcosa o qualcuno. Ovunque gente che si bagna anche vestita e tutt’intorno colori e puzze. Il Gange è il fiume sacro, è la mamma, è il papà, è la vita, è tutto per gli indù. Nel Gange ci si fa di tutto: ci si lava il corpo, la faccia, i denti, ci si fa la pipì e la cacca, ci si rema, ci si ferma a guardare. È largo almeno 200 metri e si perde dietro le due anse a monte e a valle, con le sue acque gialle. Al confronto il Biondo Tevere è Acqua Ferrarelle. In alcuni punti la corrente va, in altri è acqua ferma. Si rema un po’ al posto dei barcaioli, contenti di riposare. Sono brava gente, povera e dignitosa.

È un’esperienza incredibile. L’atmosfera è realmente unica al mondo.

Si cena dribblando gli altri ospiti dell’hotel, tutti impostati sull’etnico relativista.

Noi girandoloni pensiamo che la cosa peggiore dell'India sia incontrare Occidentali in cerca del karma e di una spiritualità a buon mercato. È pieno di deficienti che se ne vanno in giro vestiti all’indiana, con tanto di tilaka in fronte (il bollino rosso indù) e testi ascetici. Non di rado si scopre che questa spiritualità coincide con  cannabis e redditi domestici alti. Il profilo più frequente è la donna radical chic sedicente intellettuale ma insoddisfatta. 

Per mangiare c'è il Ganga Paying Guest House & Rooftop Restaurant, vicino all’Assi ghat, vicino all’hotel. Ha la vista sul fiume. Toor Daal (pasticcio con peperoncini secchi e piselli) e riso con verdure. Essendo una città spirituale, la birra Kingfisher è servita avvolta nella carta di giornale.

12 € a testa per tutto in rupie.

Giro ancora per Varanasi. Pranzo sulla Pandit Manmohan Malviya Road in una bettola per Indiani. Chapati (un tipo di pane) e riso speziato con carne e verdure per 6 €.

Sono compresi acqua e il solito anice per rinfrescare l’alito. Spesso il piattino dell’anice è lo stesso dei soldi del resto.

Si vede il Kaal Bhairav Temple, il Vishwanath Temple e il Tulsi Manas Temple, vicino all’hotel. La cosa più suggestiva di Varanasi rimangono però le sue strade e quello che ci passa dentro. È una città molto difficile da trasmettere. L’esperienza è unica.

Tuk tuk e via verso la stazione. Treno notturno per Delhi.

http://www.indianrail.gov.in/between_Imp_Stations.html

È il 12559 delle 19,15. Una Sleeper Class costa meno di 500 rupie, tasse comprese. In tutto circa dodici ore e mezzo.

La stanchezza aiuta a dormire seppure con un occhio solo. C’è qualche turista nel vagone, ma per lo più gente del posto. Arrivo alle 7,30 circa.

Dalla stazione si va all’Amax Inn Hotel.

www.hotelamax.com/

Hotel diverso da quello delle prime due notti.

Sta di fronte alla stazione dei treni. Con un tuk tuk sono 2 € e 10 minuti complessivi. Precisamente in Arakashan Road in fondo a destra dopo la curva. È pulito, carino e fa tariffe diurne per viaggiatori in transito. 25 € per una notte con colazione. Dopo Varanasi e il treno si fa la doccia con l’estintore.

Cena da Nanda Vaishno Dhaba di fronte alla Stazione. È l’equivalente di un “Gigi Er Puzza” da noi ed ha solo clienti indiani. Alternative per mangiare ce ne sono una ogni metro. L’ultimo riso speziato e l’ultimo roti (altro pane) sono meno di 6 € in rupie.

C’è una macchina dell’hotel che fa da taxi per 400 rupie.

Volo Qatar Airways Delhi-Doha alle 9,10. Arriva in Qatar alle 11,15 (ora locale). Volo Doha-Roma alle 14,05. Atterra alle 18,25 (ora italiana).

Per Milano, il volo Austrian parte alle 2,25 di notte. Scalo a Vienna e arriva in Italia alle 8,30.

Non è possibile descrivere l’India. Non basterebbe una vita per capirla. All’India ci si comincia ad abituare dopo circa una settimana. All’India non ci si abitua mai. Eppure rimane dentro.

 

 

 

Commenti

Ritratto di Sonia

Questo racconto mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Correva l'anno 2006.... un viaggio pieno di sentimenti contrastanti. E, ad essere sincera, ancora un po' me rode. Questo e' il sentimento che in un mese e mezzo in India ha vinto su tutti. Mi rode perche' tanti indiani, troppi, veramente troppi, provano in ogni modo ed in ogni momento a fregarti, perche' davanti a tutta quella sofferenza, alla fame ed alla poverta' estrema ho potuto fare veramente poco, e perche' chi ti dice di andare in India a fare un'esperienza mistica si dimentica di raccontarti di un paese in cui la morte ti vive a fianco in ogni momento. Ma forse nei loro viaggi ''alla moda'' non e' previsto guardare oltre, o fuori dal finestrino della macchina, da cui non credo siano mai scesi. Gli uomini musulmani che rinchiudevano le donne in casa li avrei uccisi con le mie mani, soprattutto quando mi guardavano con quegli occhi da maiali, visto che per loro una donna in jeans e maglietta non era una donna libera, ma una poco di buono. Mi rode anche perche' e' un popolo che tra la pigrizia e la dignita' spesso sceglie la pigrizia. Ma rifarei comunque quel viaggio 1000 volte. Perche' piu' passa il tempo e piu' l'India ti entra dentro... e non se ne va piu'. E' un po' come si dice di Napoli.... quando ci vai piangi due volte. Una quando arrivi e una quando te ne vai. L'unica differenza e' che quando te ne vai dall'India ti senti miracolato. Poi passa un po' di tempo.... e tutto cambia.

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