Kenya

KE

Il ricordo

  1. “Addormentarsi al sole a mezzogiorno senza mettersi la crema, fu davvero un’idea eccellente…”

 

  1. NOTTI: 14
  2. BUDGET: 2400 €
  3. FATTO A: ottobre
  4. DA: 2 girandoloni
 
  1. PERCORSO
  2. Nairobi, Masai Mara, Nairobi, Emali, Tsavo Est, Watamu, Mida Creek, Malindi, Mombasa.
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Ricordiamo che la parola “Keniota” si usa come sostantivo.

Esempio: I Kenioti dicono che i Somali sono figli di ’ndrocchia…

La parola “keniano” invece si usa come aggettivo. 

Esempio: Mentre io e un mio amico keniano facevamo safari, abbiamo investito una zebra, ma siamo scappati via subito…

Detto questo, aggiungiamo che è sempre più pericoloso un vicino di casa a una riunione di condominio che un ghepardo incazzato nel Masai Mara. Fosse solo per questo, vale la pena andare. L’Africa orientale è una terra magnifica.

Volo Ethiopian Airlines Fiumicino-Addis Abeba alle 23,40.

Arrivo all’aeroporto Bole alle 7 keniane. Ci sono due ore di fuso. Alle 10,40 c’è il volo per Nairobi. Chiamarla coincidenza è una presa per il culo. I transiti sono al piano sopra dove ci sono molte chaise longue a disposizione. Sporche, ma ci sono.

Lo scalo è un corridoio lungo: ci sono tre bar con prezzi alti anche per gli Europei. Accettano gli euro ma per fare un caffè ci vogliono dai due ai tre giorni.

Il Bar Paradise sta all’altezza dei bagni, lato metal detector, ed è il meno frequentato perché è nascosto.

Da ricordare che i bagni dell’aeroporto di Addis Abeba sono consigliabili solo in caso di diarrea urgente. In ogni caso, la diarrea viene dopo averli usati. Ricordiamo pure che Abeba in etiope si dice Ababa e che l’alfabeto etiope sembra l’orlo dei pantaloni fatto male. Sono cose che capitano…

 

Al piano terra, di fianco agli sportelli per il visto, c’è un ufficio cambi che non accetta scellini keniani. È importante saperlo per il ritorno, altrimenti i soldi avanzati vanno bene solo per pulire il sedere.

 

Arrivo a Nairobi Kenyatta (ha preso fuoco nel luglio del 2013 ma ora funziona) alle 12,40. Costo A/R  tutto compreso 560 €. Il ritorno è previsto da Mombasa.

Da Malpensa si parte alle 20,45 sempre con scalo ad Abeba. Prezzo analogo.

 

Agli arrivi bisogna compilare un modulo, fare il controllo palmare e comprare il visto. Il costo oscilla fra 15 e 40 €. Dipende da quanto si risulta simpatici al doganiere.

L’impatto con l’esterno è buono: bello il cielo, belli i colori, sorridono tutti. Va tenuto presente che Nairobi sta all’equatore, quindi camminare sotto il sole non è come portare il cane a pisciare in Italia. L’esposizione va ponderata.

Prenotazione al Fairmont Norfolk, hotel famoso per gli Inglesi che lo frequentavano. Costa molto.

http://www.fairmont.com/norfolk-hotel-nairobi/

Usufruire del pick up dell’hotel significa prendere la più classica delle inculate. Costa tra i 50 e i 70 €. Per arrivarci col taxi ne bastano 20, ma è bene essere chiari coi tassisti. Da ricordare che la mancia in Kenya è come il pecorino sulla carbonara: se l’aspettano tutti. Essendo diffuse le pratiche voodoo, è bene non fare i taccagni.

Parlando con i Kenioti si apprende subito l’espressione “hakuna matata”: vuol dire “non ci sono problemi”. È un tormentone per tutta la permanenza in Africa. Per evitare rotture di coglioni, è bene però imparare soprattutto “hakuna pesa”, che vuol dire “non c’ho una lira”.

Per l’hotel sono circa 20 km, ma ci vogliono fino a due ore; dire che a Nairobi c’è traffico è un eufemismo: le macchine stanno così bene in fila che sembrano parcheggiate. Molte sono matatu, minibus del trasporto pubblico.

Nairobi è la capitale keniana eccetera eccetera…. È un impatto tosto ma non impossibile. C’è di peggio e non solo in Africa, bisogna dirlo.

Per gli hotel c’è anche il Sarova Panafric che non è proprio in centro ma fa ottime offerte. Stanza doppia e colazione inclusa a 99 €.

http://www.sarovahotels.com/panafric/

Il centro di Nairobi è più o meno l’area tra Kenyatta avenue, la Torre dell’Orologio e Uhuru highway. Ma la città non è fatta per passeggiare e vedere le vetrine. Per quanto il Kenya sia filooccidentale, più ricco dei vicini e politicamente stabile, povertà e criminalità sono problemi grandi. Poi c’è la guerra in Somalia contro gli estremisti islamici di Al Shabaab: a prescindere dal fatto che i Somali stanno sulle palle ai Kenioti, l’attentato dell’agosto 2013, ha agitato le acque. Ogni tanto salta in aria qualcosa.

Come conseguenza, gli hotel di categoria sono spesso sorvegliati da militari armati.

 

Per mangiare ci sono due ristoranti costosi ma buoni all’interno del Fairmont. Meglio quello che dà sull’esterno. In alternativa c’è il Carnivore, subito fuori città. È un acchiappa turisti organizzato, ma ideale per mangiare ogni tipo di carne fino a scoppiare.

http://www.tamarind.co.ke/carnivore/

Si paga sui 30 € a testa ma bisogna considerare altri 20 per il taxi di andata e ritorno.

Andare in Kenya e non fare il safari è come fare il voto di castità e cercare un bordello: almeno una delle due scelte è sbagliata.

Per risparmiare e non essere fottuti da agenzie nostrane, conviene organizzarsi con contatti in loco.

Un buon contatto è la guida Amani Viktor che parla italiano molto meglio di Di Pietro, è affidabile, molto ironico, sveglio e si muove come un Kenyota: infatti è Kenyota.

Tel +254 707 400 358

https://www.facebook.com/amani.viktor?fref=ts

Contattandolo dall’Italia, si può organizzare tutto su misura con prezzi buoni. È una persona molto in gamba.

Si parte la mattina presto dall’hotel. Guida, autista e minivan col tetto aperto. Si gira per Nairobi e si prende la B3, verso nord ovest. È un saliscendi alberato tra povertà estrema, camion e terra rossa.

 

Le pubblicità spesso sono dipinte sulle facciate delle case. Il rosso di Panadol e il verde della Doublemint, sono ovunque.

Dopo mezz’ora c’è il punto panoramico sulla Rift Valley. Negozietti sul ciglio della strada e grappoli di turistardi a fare le foto.

C’è molto traffico di camion che vanno in Uganda. È Africa una cifra.

 

Fino a Narok la strada è tranquilla: una lingua d’asfalto con benzinai e baracche di ogni tipo. Venditori di tutto corrono verso le auto quando il traffico rallenta. Le pannocchie vanno per la maggiore. Sono un’ottima idea per prendere un bel virus intestinale. Dipende dalla cottura.

Alla domanda

“come sono le città di provincia africane?”

si può rispondere “quali città, scusa?”

L’eternit spopola e i mattoni cedono spesso il passo a paglia e fango. In centri grandi come Narok, una sorta di organizzazione urbana però esiste: tutto ruota intorno alla strada che la taglia. Quasi un milione di abitanti che brucano intorno a officine, baracche e benzinai.

L’Africa centrale è piena di cose. È densa. È colorata. È un pianeta nel pianeta. Non di rado si pensa “ma ndo cazzo stamo?” ma quasi sempre ci s’innamora di tutto ciò che si vede.

Dopo Narok si continua per qualche km verso ovest. Superati Ewaso Ngiro e altri centri abitati, la strada diventa sterro. Per circa un’ora si procede su sassi e terra. Tutt’intorno è savana, con acacie africane (gli alberi dalla testa piatta) e baobab enormi. Di tanto in tanto spunta qualche Masai con relativo gregge.

Precisiamo che i Masai sono una tribù di pastori guerrieri il cui scudo tradizionale è sulla bandiera del Kenya. Rappresentano il 2% della popolazione e a conoscerli, sembrano più scontrosi e primitivi che uomini d’arme. Indossano un panno rosso quadrettato di nero, hanno il cranio piccolo, non hanno gli incisivi inferiori e usano vistosi dilatatori per le orecchie. Come molti Africani sono magri allampanati. Ballano saltellando dritti su due piedi e hanno le scarpe fatte con pneumatici usati.

 

Si arriva al Gate Sekenani, uno degli ingressi del Masai Mara, il parco più noto del Paese. L’accesso si paga ed è compreso nel pacchetto pattuito con la guida. Qualche Masai tarocco prova a estorcere soldi ma lascia il tempo che trova.  Con l’apertura dei parchi, in Kenya si è scatenata la caccia al turista, fonte di valuta. Dopo 2-3 km c’è l’ingresso del Sentrim, uno dei campi attrezzati della zona.

http://www.sentrimhotels.net/index.php/sentrim-mara-lodges-in-mara

 

È disposto in discesa; nell’angolo relax vicino al patio-ristorante ci sono una buca per i falò, una micropiscina e gazebo attrezzati. Una birra costa 150 scellini (poco più di 1 €). Il posto è carino.

Come tutti i campi, è un’area delimitata nel mezzo della savana. All’interno è organizzato come lodge-resort, con bungalow e tende. Si dorme circondati da zanzariere, in una bella atmosfera. La notte fanno eco versi di animali di ogni forgia e dimensione. Non c’è niente di finto.

C’è un ottimo buffet per la cena con menu swahili e cucina internazionale.

Con swahili s’intendono lingua e cultura dell’Africa orientale, in particolare Kenya, Tanzania e Uganda che hanno molto in comune. La cucina swahili si basa su riso, polenta, legumi e carne, simile a spezzatino cucinato male. In Kenya si mangia anche molto pesce, spesso alla griglia: cernia e barracuda sono ottimi. La frutta (soprattutto passion fruit e mango), è ovunque.

 

Per i costi, vale lo stesso del parco nazionale: di solito sono molto alti e fanno parte dei pacchetti accordati alla partenza.  Se la guida non è di fiducia, vale il discorso dell’agenzie: l’inculata è possibile.

900 € a testa per cinque giorni di safari (quattro notti di lodge) tutto compreso, sembra tanto ma, considerando i pasti, il fuoristrada e la benzina, che in Kenya costa poco più di 1 € al litro, ci può stare. Quando ci si accorda col proprio contatto, bisogna essere chiarissimi e si anticipa al massimo il 30% della somma.

 

Nel sito ufficiale del parco ci sono informazioni utili e valide alternative. Molto dipende da stagione e disponibilità.

http://www.maasaimara.com/

I momenti migliori per i safari sono la mattina presto e il tramonto, ore in cui gli animali sono a caccia e più facili da avvistare (“…e grazie al cazzo: corrici tu dietro a una gazzella alle due di pomeriggio sotto al sole dell’equatore!”).

La permanenza nei campi attrezzati ruota intorno a questi orari.

 

Alcune domande con relative risposte:

“Cos’è un safari? è andare con la jeep a rompe’ il cazzo agli animali?”

“Sì, ma solo per fargli le foto”.

“Che cosa è la savana? è una cosa gialla con gli animali che ci corrono sopra?”

“Sì, ma è giallognola solo per alcuni tratti. Soprattutto il Masai Mara è cespuglioso, pieno di alberi e più verde di quanto ci si aspetti”.

“Come si fa un safari?”

“Vai là e lo fai”.

“Quanto te rompi li cojoni durante i safari?”

“Certo che se non ami la natura, tanto vale che vai al mare a Ladispoli in vacanza”.

“È pericoloso fare i safari?”

“Se scendi dalla macchina per pisciare proprio nel cespuglio dove dormono i leoni, certo che qualcosina si rischia”.

(Per altre informazioni sui safari vedi su questo sito Burkina Faso e Namibia).

 

Spesso le guide blasonate sparano cazzate sulle stagioni umide: in Kenya tranne aprile e maggio, si sta bene sempre. Bisogna fidarsi di girandoloni.com: ottobre e novembre sono ideali perché il tempo è buono e non ci sono le orde di turistardi, che calano a gennaio e febbraio.

 

Il Masai Mara merita almeno due giorni: è famoso per ospitare i big five che non sono dei coatti che giocano a pallacanestro, ma il leone, il leopardo, il bufalo, il rinoceronte e l’elefante.

Si potrebbe obiettare

“ma per vedere il bufalo devo andare in Africa? vicino a Latina è pieno e fanno pure la mozzarella buona…”

Soprattutto ci si potrebbe chiedere perché nei big five ci sia il bufalo e non il ghepardo o l’ippopotamo…

Non siamo noi di girandoloni.com a fare le liste, ci dispiace.

In effetti del bufalo (e altri bovini come lo gnu) non gliene frega un cazzo a nessuno, nemmeno a Piero Angela. Gli avvistamenti più ambiti sono i felini e il rinoceronte. Fare il safari per vedere bufali e gnu infatti, è come andare alla Mille Miglia e fotografare una Punto: non stai centrando l’oggetto dell’evento. Sono però fondamentali nell’ecosistema (i felini dovranno pure mangiare!).

Zebre, giraffe ed elefanti sono più facili da incrociare, ma per leoni, ghepardi e leopardi bisogna sapersi muovere; se l’autista è un coglione per esempio, i leoni non li vedi nemmeno col telescopio.

Poi ci sono tutti gli altri, visto che il Masai Mara è uno zoo al naturale. C’è di tutto: gazzelle, antilopi, struzzi, fagoceri, mammiferi di varia natura….

Nel Masai Mara, tolte le vongole e lo Yorkshire, ci sono praticamente tutti gli animali immaginabili. Ovviamente anche le mosche, che nella speciale lista “animali di merda presenti” sono sempre ai primi posti.

Lo spettacolo è indescrivibile. Un’emozione dopo l’altra, anche perché la caccia fotografica è impegnativa: le strade del parco non sono la Parigi-Roubaix: nel migliore dei casi sono tratti fuoristrada pieni di voragini, ostacoli e trappole.

 

Punto saliente del Masai Mara, è il fiume Mara che segna il confine con la Tanzania ai bordi del Serengeti. Se non conosci la Piana del Serengeti, vuol dire che da piccolo non ti facevano vedere Quark: è impossibile. Ci sono coccodrilli e ippopotami. Sembra un mattatoio: l’odore di sangue e carne è nauseante. Si deve al fatto che ogni gnu che guada il fiume viene mangiato dai coccodrilli.

Questo fatto avviene ogni giorno da sei miliardi di anni, ma gli gnu continuano testardamente a guadare il Mara: da questo si evince che lo gnu è tra gli animali più coglioni del continente nero e probabilmente anche del pianeta.

Le carcasse sono ovunque. Ogni tanto pure qualche ippopotamo cucciolo ci lascia la pelle, ma di solito coccodrilli e ippopotami si rispettano, anche perché l’ippopotamo non è quello della pubblicità dei pannolini; in realtà è un grande figlio di mignotta e puzza come un treno di maiali morti.

In genere non è consigliato scendere dalle auto durante i safari: essere sbranati per una pisciata non è carino. A ridosso del fiume Mara però ci sono ranger armati che scortano le passeggiate lungo il fiume  vicino alle bestie feroci. Con una mancia di 3-400 scellini si riceve un bel sorriso (sono meno di 3-4 €). Senza mancia il vaffanculo è automatico.

Si rientra in tenda, soddisfatti e pieni di energia. Unica cosa: bisogna stare attenti agli sbalzi del fuoristrada sulle strade o si torna pieni di lividi.

Va detto però che più matto è l’autista, più animali si vedono. Se l’autista è una pippa, è un peccato. Noi di girandoloni.com guidiamo molto bene nel safari.

 

Dopo due notti al Masai Mara, si parte via terra per Tsavo Est, altro importante parco keniano. Il Parco di Amboseli e la vista del Kilimangiaro richiederebbero almeno altri due giorni.

Per vedere il Kenya reale è meglio fare il tragitto in macchina. Muoversi con l’aereo interno è da turistardi viziati.

Dal Masai Mara a Tsavo Est sono quasi 700 km. Con le strade keniane in condizioni di sicurezza ci vogliono circa due anni. Con un autista sveglio, dodici ore.

Usciti dal Masai Mara in direzione Narok si prende un caffè da Orare, una specie di bar proprio prima dell’inizio della strada asfaltata; sta sulla destra. È l’unico posto in Kenya con bagni puliti. Per fare la cacca è perfetto.  C’è addirittura la carta igienica.

Strada a ritroso, risalendo oltre la Rift Valley. Seguendo le indicazioni si torna a Nairobi, sfidando il traffico. A Nairobi ci sono molti centri commerciali con supermercati importanti. Può essere utile per comprare qualcosa per il viaggio. Tra una rotonda e l’altra si esce e si punta a sud sulla A109 verso Mombasa. Va detto che i vigili urbani di Nairobi fanno ridere. Non si spiega: fanno ridere e basta.

Fino al bivio per Machakos sono circa 60 km. Se vogliamo fare un complimento, diciamo che lo scenario è brutto: la periferia sud di Nairobi è un agglomerato industriale di cemento e asfalto assediato da discariche, polvere e parcheggi per camion. Ci sono anche lavori in corso fissi e tira sempre molto vento.

La strada tra Mombasa e Nairobi è la più grande arteria del Paese e soprattutto la porta d’ingresso delle merci dall’Oceano Indiano. Il porto di Mombasa è fondamentale per il continente. Non c’è alternativa al traffico su gomma. L’unica ferrovia (costruita dagli Inglesi), c’è  ma fa ridere…

Il traffico è pericoloso e continuo. I TIR in transito sono migliaia e rallentano molto la circolazione. I sorpassi seguono la regola dello “speriamo che dall’altra parte non venga nessuno”.

Lungo la strada, man mano che si procede verso la costa, aumentano le moschee.Ai bus con scritte che inneggiano a Cristo, si affiancano quelli con scritto “Allah akbar”.

Il Kenya è un Paese cristiano (con percentuali ben distribuite fra Cattolici, Anglicani, Luterani e altri Protestanti), ma l’influenza araba porta con sé l’Islam. Di più verso la Somalia, a nord.

 

Si pranza a Emali, un cittadina di snodo a 130 km da Nairobi. Emali non è Disneyland, si intuisce subito. Come sosta però va benissimo.

Si mangia al New Generation Highway Hotel

http://www.africaguide.com/accomm/index.php?LocationID=798&ItemID=1726

è una tavola calda col parcheggio sterrato. Con l’equivalente di 5 € si mangia a buffet. Chi si aspetta pulizia, può anche tirare dritto. Non ci sono turistardi. Solo Kenioti di passaggio.

Si riprende la strada, tra camion di ogni genere. L’asfalto è decente: equivale a una nostra statale. Intorno c’è l’Africa; l’Africa che cambia colore col calare del sole. Ovunque insegne di scuole e bambini che girano in divise scolastiche, modello college inglese. Le scuole, magari piccole baracche, spuntano anche in zone desertiche. Sono una risorsa per il futuro del Paese, che nell’ultimo decennio ha investito molto sull’istruzione.

 

Dopo circa due ore di strada si arriva a Voi, cittadina africana colorita, immersa nel Parco di Tsavo Est. Se c’è la festa del paese c’è il bordello. La terra è rossa Internazionali di Tennis ed entra ovunque. Si arriva al Manyatta Camp.

http://www.manyattacamp.com/

I bungalow, ampli e comodi, si affacciano con piccole piscine sulla riserva di Tsavo. Nemmeno a dirlo, la notte, attraverso le tende, si vede passare di tutto. Lo spettacolo è unico al mondo ma chi soffre gli insetti ha sbagliato vacanza (vedi anche Viaggio in Burkina Faso).

 

Di strutture organizzate ce ne sono comunque tante. Basta scegliere e accordarsi con la guida.

http://www.tsavopark.com/

 

L’Africa è uno spettacolo. Il primordiale che rimane primordiale. L’assoluto senza filtri. Rosso terra battuta, cielo viola, versi di animali sconosciuti, stelle grandi come noci. È innegabile che qualcosa dentro rimane. Solo l’emozione del disagio, già di per sé basterebbe. È una sensazione che va assaporata senza clamori, senza pietà fuori luogo.

 

Il Manyatta Camp è grande. La terrazza per cena e colazione domina la riserva naturale con vista su elefanti, gazzelle e con un po’ di culo anche leoni. Una meraviglia. Notte con concerto di ruggiti.

Con guida e autista si riprende il giro del parco con la solita logica safari. Rispetto al Masai Mara cambiano i colori ed è più difficile andare fuori pista (sarebbe proibito tra l’altro…). Tsavo Est, più vicino a Mombasa e alla costa, è più frequentato da turistardi e meno selvaggio. È comunque meraviglioso, pieno di animali e suggestioni.

Come in ogni riserva naturale, la cosa più fastidiosa sono i new rich indiani e cinesi che girano in fuoristrada facendo foto e rumore. Sono molto brutti e molto uguali.

 

Due giorni di safari e relativo ritorno nel campo. L’esperienza vale il viaggio, come al Masai Mara. La terra rossa rimane su abiti e borse per 100 anni, ma ci sta tutta.

Si riparte dal Manyatta Camp attraversando Tsavo Est per il safari finale, in direzione est, verso il mare. Ci vogliono due ore per uscire dal parco. La strada dopo il parco passa per villaggi rurali tra case di paglia, donne colorate e bimbi che salutano. La povertà è radicale, primitiva e commovente. Il contatto è formativo.

Sulla sinistra c’è il fiume Galana, pieno di coccodrilli.

Arrivati sulla litoranea, si gira a sinistra verso Watamu, ex villaggio di pescatori, cresciuto col turismo e ormai noto ai tour operator. Malindi e Briatore sono a nord, a meno di mezz’ora ma anche qui gli Italiani sono tanti. È un altro Kenya: sempre povero, ma col soldo che gira.

Dopo venti minuti di voragini si arriva al Twiga, piccolo villaggio gestito da Valtur.

girandoloni.com al villaggio turistico?

Non si dica… in realtà il Twiga è atipico, con animazione a bassissimo profilo e di dimensioni familiari. Quando i clienti partono per le gite al safari, la struttura rimane a disposizione per almeno 48 ore.

La piscina salata e la cucina sono perfetti per recuperare le energie del Kenya interno e per godere il mare.

http://www.valtur.it/kenya/twiga-beach.cfm

 

Chi dice “adesso vado in Kenya, prendo il sole, mi faccio due tuffi e via…” dice una cazzata. Nel senso che il mare è bello, ma ha alcune problematiche:

  • la marea va e viene con turni di 6 ore. Bisogna organizzarsi per evitare di tuffarsi nelle alghe o rimanere isolati su un atollo.
  • I cosiddetti beach boys, nugoli di Kenioti tra i 16 e i 30 anni che assaltano i turisti per vendere cose e offrire servizi. Dopo l’IVA trimestrale, i sabati all’Ikea e le mutande messe male, sono una delle più grandi rotture di coglioni della vita. Non c’è nessun pericolo fisico, ma è un dito in culo che impedisce la libera circolazione in spiaggia ai limiti dello stalking. Sono un limite allo sviluppo del turismo, ma dopo un po’ si riesce a interagire. Si fanno chiamare con nomi di battaglia credendo di essere simpatici, non si sa su quale base.

 

Il Kenya è un Paese con potenzialità enormi. Ha molta acqua, risorse, infrastrutture migliori di altre nazioni africane e soprattutto è strategico per il commercio e per il turismo. Perché non si sviluppi, non si capisce. La tiritera del colonialismo non attacca, perché gli Inglesi hanno portato molti benefici nel periodo di occupazione. È evidente che alcuni aspetti del carattere locale, facciano da freno. I beach boys ne sono la sintesi perfetta. Anziché accogliere e organizzare il turismo, l’approccio è quello del “tira a campare” quotidiano, cercando di estorcere il più possibile ai malcapitati. Stando così le cose, l’Africa può produrre solo emigrazione. È un peccato e un grosso problema insieme.

 

Il Twiga è una buona base per esplorare le bellezze intorno. Si può fare sia anche per conto proprio con i beach boys. Con loro si risparmia, lo capisce anche un cretino.

 

Calcolando la marea, con due ore di remo e 30 € a testa si arriva in dhow all’Isola dell’Amore. Pranzo con aragosta e vino compresi. Basta trattare e mettersi d’accordo.

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.444021595682292.1073741842.444000999017685&type=3

 

Il dhow è un’imbarcazione araba a vela singola e col remo tipo gondola (in realtà tocca il fondale per dare la spinta).

I beach boys in versione marinaio arrivano sulla battigia direttamente con la barca. Il posto è incantevole, nemmeno a dirlo.

 

Per pochi euro, si fa lo stesso verso Sardegna 2, con rientro in poche ore; è una spiaggia verso la barriera corallina proprio davanti al Twiga. Sfruttando le maree ci si isola dalla costa per un po’ con un mare incantevole.

Ottima anche la gita per Mida Creek, la riserva delle mangrovie davanti a Watamu.

L’escursione con la barca con tanto di tuffi e maschere per lo snorkeling nella riserva marina è una cosa da turistardo, ma senza guide locali sarebbe impossibile. Valtur la organizza con pasto e alcolici per 60 € direttamente dal Twiga.

Con i beach boys è possibile anche l’escursione alle rovine di Geda. Basta accordarsi.

 

Inevitabile la tappa a Malindi. Prima della rotatoria con la moschea, a sinistra c’è la fabbrica di oggetti artigianali. Per chi volesse fare la cazzata di comprare giraffe, scimmie, mani di scimmie, elefanti, piselli, piselli di elefanti, leoni, piselli di leoni e altri oggetti in legno, è l’ideale.

Anche la città vecchia è notevole; molto islam e molto casino, coi venditori di qat somalo (in Kenya si chiama miraa) ad ogni angolo.

 

Il qat, o miraa che dir si voglia, è un vegetale… energetico. Bisogna spellare i ramoscelli e masticare. Il sapore amarognolo simile a liquerizia, precede l’effetto anche afrodisiaco. Contende al vino di cocco il primato locale per le sostanze con cui sballarsi. E proprio come il vino di cocco, fa cagare. È una droga proibita. Se ti prendono, per dirlo alla francese, ti s’inculano.

 

Finita la pacchia, si saluta con slancio e si parte per Mombasa. Con i beach boys fidati, il trasporto costa sui 50 €. Sono tanti, ma i prezzi sono calmierati per gli Occidentali.

La strada per Mombasa dura quasi due ore, attraverso il distretto di Kilifi e la costa, dove l’Italiano-stronzo-col-pareo è di casa.

Quando si sente una puzza a metà tra copertone bruciato e merda, allora quella è Mombasa. L’aeroporto sembra finto e non c’entra col resto della città. Dopo i controlli blandi, si sale al piano superiore per le partenze. C’è un bar impolverato, ideale per il cagotto finale e finire gli scellini.

Poi si parte.

 

Volo Ethiopian alle 16,30. Può fare scalo tecnico a Kilimangiaro in Tanzania, ma non è detto.

Arriva ad Addis Abeba alle 20,30 locali. Ripartenza alle 0,30 e arrivo a Fiumicino alle 5,30 di mattina. A Malpensa arriva alle 8.

 

Chi torna dal Kenya abbronzato, con qualche collanina di merda e dice

“… è un posto fantastico, ritrovi il vero spirito primordiale dell’umanità… e loro poi sono stupendi”

meriterebbe una scarica di kalashnikov in fronte.

Chi torna abbronzato fuori ma soprattutto dentro, senza parlare e soprattutto senza collanine, probabilmente ha fatto il viaggio giusto.

 

Il Kenya è un Paese stupendo; il Kenya è tante cose da vedere; il Kenya, è Africa, e questo a volte è un problema grosso…

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