Mongolia e Russia

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Il ricordo

  1. “… e il Mongolo rimproverandoci disse: voi mica siete normali!”

 

  1. NOTTI: 14
  2. BUDGET: 1900 €
  3. FATTO A: agosto
  4. DA: 2 girandoloni
 
  1. PERCORSO
  2. Ulan Batar, Kharkhorin, Ulan Ude, Irkutsk, Krasnoyarsk, Novosibirsk, Mosca.
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Ci sono altri viaggi in Transiberiana: vedi nel sito.

Per il visto russo, se si desidera avere il mal di testa, rivolgersi alle sedi consolari: www.ambrussia.com/consolati_r.aspx?lang=2&p=9&div=2

Le pratiche sono laboriose ma più economiche. Tramite agenzia si spendono minimo 120 €, ma si fa prima.

Per il visto per la Mongolia, il sito dell’Ambasciata mongola in Italia è www.italy.mfat.gov.mn oppure ci si può rivolgere a www.consolatomongolia.com

Costo complessivo dei quattro voli (Roma-Mosca, Mosca-Ulan Batar, Novosibirsk-Mosca, Mosca-Roma) con Aeroflot: 850 €. Da Milano c'è una piccola differenza.

Volo Aeroflot Roma Fiumicino-Mosca Sheremetyevo alle 11,15. Arriva alle 17 ora di Mosca, di solito al Terminal D. Da Malpensa alle 12,05 e arriva alle 18,30.

La Russia ha l’ora legale tutto l’anno. Da marzo a ottobre quindi, Mosca è a +2 rispetto all’Italia. Da ottobre a marzo +3. È bene saperlo per evitare la prima cazzata, già in partenza.

I controlli doganali in Russia valgono anche per il transito. Sempre al terminal D, alle 20 c’è il volo per Ulan Batar, capitale della Mongolia con un fuso di sette ore rispetto a Roma.

Precisiamo due cose:

- Ulan Batar è la città che sbagliavano tutti al gioco delle capitali alle Elementari.

- Che Ulan Batar non sia Fregene lo si capisce dalle facce delle persone in attesa all’imbarco.

Dopo cinque ore si atterra alle 6,00 (ora mongola) all’aeroporto Chinggis Khan. Stranamente in mongolo significa Gengis Khan. Scaletta dall’aereo e via dentro il piccolo terminale. Campeggia l’immagine di Chinggis Khan che dà il benvenuto. Dogana veloce anche se i Mongoli al gioco “facciamo a chi si sbriga prima” non sono fortissimi.

Il Khongor Guesthouse manda una macchina all’aeroporto, basta chiederlo via internet. Se non la mandano, si prende un taxi e si dice “Kohngor Guesthouse”. Non è difficilissimo.

www.khongor-expedition.com

Il proprietario e la moglie (unica mongola con le tette rifatte) organizzano escursioni e sono svegli.

Ulan Batar è a 1300 metri di altezza ma sembra pianura. La prima conseguenza è che è fredda: d’inverno arriva anche a -45°. Considerando che -38° è il freezer, si capisce perché le Lada hanno il volante di pelliccia.

Nell’immaginario collettivo, in Mongolia la gente va a cavallo e ha gli occhi a mandorla. Cazzata. O meglio, è vero in parte, ma va detto che dagli anni ’40 in poi, il Paese è stato sotto influenza sovietica. Dall'URSS, oltre al comunismo, ha importato l’alfabeto cirillico. Disciolta l’URSS, l’impronta russa è rimasta anche nel parco auto: molte le UAZ, le Lada e i camion Ural. Andava detto.

Colline intorno, case sovietiche alla periferia, strada tipo pista di campagna. Si passa il ponte sulla ferrovia lungo Chinggis Avenue e si gira per Peace Avenue, l’arteria principale di Ulan Batar, fino alla seconda a destra dopo i Magazzini di Stato.

La Guesthouse sta in un quartiere sovietico fatto a blocchi. Una via di mezzo fra una città della DDR e uno sfasciacarrozze. L'ufficio è un appartamento più sull'orrido che sul brutto e non è buono per dormire. È ottimo invece come base per le escursioni. Si prenota il giro per tre giorni nell’ovest. Sono 120 $ compresi pasti, ingressi e benzina. Appuntamento alle 9 del giorno dopo. Facile e rapido.

A piedi si cerca un hotel. Alcuni tentativi a naso e poi al Genex Hotel.

www.generalimpex.mn/hotel.htm

Choimbolyn street, Building 10 (traversa a destra di Peace Avenue prima della clinica). 60 dollari per una doppia. Una follia per i Mongoli, ma va bene così perché non ci sono alberghi di fascia media.

Tra fuso e altitudine sembra la Luna: si fatica moltissimo. Si va in Piazza Sukhbaatar, quadrata e grande, dove i giovani Mongoli giocano con lo skate. È il cuore della città. Al centro c’è la statua dell’eroe Sukhbaatar; poi la Borsa e il palazzo del Governo con la statua di Chinggis Khan.

Nella parallela a sinistra di piazza c’è un caffè con insegna in cirillico. La moneta mongola si chiama tugrik: ce ne vogliono 2000, circa 1 € per una birra Chinggis.

Le difficoltà d’orientamento in città sono dovute al fatto che oltre al cirillico, gli indirizzi sono scritti alla sovietica, con numerazioni difficili da capire pure per chi le ha inventate. Si va sempre a fiuto prendendo punti di riferimento fisici.

www.chinggisbeer.mn

Cena in Seoul street, (parallela di Peace Avenue, lato opposto all’hotel) al BD’s Mongolian Barbecue. È una catena locale. La carne si sceglie tipo self service e un cuoco vestito da deficiente (in realtà è un abito tradizionale) la cuoce su una grande piastra. In tutto, stiamo sui 10 €, in tugrik. Ci scappa anche la vodka locale, la Chinggis

Se fosse sfuggito, in Mongolia il nome Gengis Khan è ovunque: aeroporti, statue, strade, ospedali, alberghi, vodka, banconote, ristoranti, pubblicità. In realtà il mito dell’imperatore è stato rispolverato solo dopo il comunismo. Prima degli anni ’90 il nazionalismo tradizionalista era un reato. Campeggiavano i riferimenti a Stalin, Lenin e compagnia bella. La corsa al recupero dell’eroe nazionale è la stessa sorte toccata ai Paesi dell’orbita sovietica e a tutte le repubbliche ex URSS oggi indipendenti (vedi Uzbekistan e Tagikistan).

Di mattina, dalla Guesthouse si parte per l’interno della Mongolia con una Hyundai, con bagaglio leggero, guida e autista ventenni. In alternativa si può scegliere un viaggio cumulativo con altri gruppi. Meglio soli però, che male accompagnati.

C’è una strada sola tra Ulan Batar e l’Ovest. Anzi c’è una strada sola in Mongolia, in generale. Ci si addentra per il nulla: praterie immense solcate da ovini, cavalli, cammelli, yack e pastori al seguito. Tira vento in Mongolia; anche parecchio. Ogni tanto in lontananza punti bianchi indicano le gher (yurt in russo), tende tonde tradizionali con la canna fumaria al centro.

A Lun (villaggio da Per un pugno di dollari  mongolo) si mangiano i buuz, i tradizionali ravioli di montone e si va in bagno.

Specifichiamo che i servizi igienici in Mongolia a volte sono carenti; altre volte invece non ci sono proprio. Il bagno di molti punti ristoro sparsi nelle pianure sterminate è una buca protetta da eternit. C’è un buon contatto con la natura, non si può negare...

Si raggiunge una famiglia ospitante, collegata con l’agenzia. Si tratta di due gher affiancate perse nel nulla e sei sette persone che ci abitano dentro. Orientarsi senza satellitare è tosta.

I Mongoli sono ospitali, ma parlano poco. Hanno il viso molto piatto e gli zigomi arrossati dal vento. Spesso sono robusti e col collo taurino, perfetti per gli sport di forza fisica e la lotta. Il campione mondiale di Sumo è mongolo infatti… Non è un caso che fra Turchi-Tartari e Mongoli ci sia un legame etnico e culturale. Anche nella lingua, si sente: i Mongoli parlano in modo gutturale con molte r, t e u. Con i Cinesi non hanno nulla a che vedere. Anzi, a dire il vero si stanno pure sulle palle.

Si passa il tempo a guardarli, mentre armeggiano con cavalli e bestiame. Sono brava gente. Osservarne le abitudini in silenzio è istruttivo.  Le selle somigliano a sedie di legno dietro al garrese e le lunghine hanno un perno di legno per legare i cavalli a cavi, come quelli per stendere i panni. La Mongolia è un mondo a parte in tutto.

Senza offesa per nessuno, va detto che il mito dei cavalieri mongoli andrebbe un po' rivisto. Se non altro per le dimensioni dei cavalli, più simili ai pony che altro. Probabile che i Butteri della Tuscia e della Maremma, siano qualche spanna avanti.  

Si va a cavallo in gruppo in mezzo al nulla per ore. Il nulla per dire tanto. Sono pochi i posti al mondo dove da qualunque parte si guardi, non c’è niente. La guida non ha più di 9 anni. Canta e guarda incuriosito.

La sera si cena in tenda: secchio di buuz e carne di pecora insieme ai padroni di casa. Intorno alle tende, il buio più totale e ululati di cani lontani e vicini. Guida e autista fanno parte del gruppo. Il rutto è libero.

Anche se è estate, la temperatura non supera i 20° e la notte per scaldarsi bisogna alimentare la stufa al centro della tenda con letame essiccato di cui la Mongolia è grande produttrice.

Colazione col tè. I Mongoli ne bevono tonnellate, come in tutta l’Asia. Bere una tazza di tè, mentre si fa pipì in mezzo a un prato della Mongolia centrale, non capita tutti i giorni. Bello.

Via poi, verso Kharkhorin, la capitale dell’antico impero. Sono altri 200 km almeno.

Kharkhorin è un assieme di case di legno, ma la valle davanti è un inno allo spazio e alla geografia. Una meraviglia di verde e fiumi, senza abitanti, senza limiti, senza fine. Sembra la pagina di un atlante.

Monumento all’espansione dell’Impero, la città antica, poi pranzo con buuz e latte salato (buono) e pernottamento al Monkhsuuri, un accampamento di gher alla periferia del centro abitato.

Non per fare gli stronzi, ma anche sull’impero mongolo ci sono cose da chiarire. La Mongolia andrebbe apprezzata più per la verginità che per il passato. L’espansione delle armate di Gengis Khan, Ogodai e Batu Khan del XIII° secolo, di fatto non ha lasciato eredità giuridiche, artistiche o tecniche. Sul piano dei costumi, al di là delle devastazioni a cavallo, non si ricordano codici, strade, ponti o altre utilità. Quel mito però ritorna ancora oggi nell’iconografia collettiva, aiutato dalla  natura selvaggia delle steppe asiatiche.

La sera, concerto di cantanti di gola, tipici mongoli (impossibile non ridere...). Poi non c’è altro da fare. Silenzio. Silenzio. Silenzio. Silenzio.

I bagni sono una buca in comune e la colazione è un tè.

La durezza, anche nel clima, lascia un segno dentro. La Mongolia è grande cinque volte l’Italia ma conta due milioni di anime. Ha la densità di abitanti più bassa del pianeta. L’autostrada spesso diventa sterro e a volte si deve spingere per non rimanere impantanati. Terra e polvere sono ovunque. Solo a Ulan Batar c’è asfalto e nemmeno sempre. Come tutti i popoli pastori, i Mongoli hanno un rapporto più diretto con l’ambiente che con la parola (infatti nel Nuorese non sono famosi per la logorrea...). Hanno una bellezza, i Mongoli, che non si deve intaccare. Per nessun motivo.

Km e altra famiglia ospitante. Escursione in cammello e pasteggio di airag (latte fermentato leggermente alcolico). Se non bevi non s’incazzano, ma ci rimangono molto male.

Un intero giorno serve per attraversare un'altra fetta di Mongolia, tra distese immense, pastori in abiti tradizionali blu e cinte gialle. Si mangia khorkhog, l’agnello cotto con i sassi. La Mongolia è il paradiso del vegeteriano…

A sera, dopo ore di nulla totale, si torna a Ulan Batar e al Genex Hotel, anticipati dalla periferia industriale.

Il ristorante dell'hotel è mongolo e accogliente. Buuz a sfinimento.

Si gira per la capitale.

I Magazzini di Stato sono semivuoti ma molto conosciuti in città.

“Ci vediamo ai Magazzini del Popolo alle 5…” potrebbe sembrare una canzone di Guccini; invece è una frase quotidiana dei pischelli di Ulan Batar...

Su Magsarjavijin Gudamj si gioca a biliardo in strada. Vicino ai giardini, sulla sinistra, c’è un posto anonimo per mangiare. Arrivano i buuz senza nemmeno ordinare.

Al Discovery Mongolia Information Center si compra il biglietto per il bus diretto in Russia, per l’equivalente di 40 €.  È su Narny Gudamj, la stessa strada della stazione. Venti minuti a piedi o taxi. Ricordiamo che a Ulan Batar le auto sono tutte taxi. Da una parte ci sono quelli ufficiali, dall’altra le auto normali: chiunque si ferma per offrire un passaggio, senza nemmeno dover alzare il pollice. Con 1000 o 2000 tugrik si attraversa la città in compagnia di uno sconosciuto che arrotonda le entrate.

Si cena da Talijn Mongol in Juulchin Gulamj (è una parallela di Peace Avenue, proprio dietro a piazza Sukhbatar). Pasto locale sugli 8 € in tugrik e poi si balla al Muse, dietro l’Università e piazza Sukhbatar, a destra.  Circa 2,5 € per entrare. Anche i Mongoli ballano la house… 

Si parte alle 7,30 dallo stesso parcheggio dell’Information Center. Arrivo previsto a Ulan Ude, in Russia in 10-12 ore. Dipende dalla dogana.

Sul pullman ci sono Mongoli che vanno e Russi che tornano; ci sono pure molti Cinesi che non si sa cosa stiano facendo. Lasciata la periferia di Ulan Batar, si affronta la steppa.

Gher sparse e mandrie di cammelli e yak. Poi il nulla. Si sale e si punta a nord verso il Selenge con una pausa caffè in un bar in collina.

Si arriva a Darhan, snodo ferroviario e tappa per un self service convenzionato: il Modern Nomads, che ha filiali anche nella capitale.

Con 5 € si mangiano buuz, pasticcio di cipolle e carne locale.

Uno dei più grandi misteri della Mongolia, è il modo di mangiare la carne: non si capisce perché un popolo pastore non conosca le bistecche. Cucinano in ogni modo possibile: stufato, bollito, lessato, a tocchi, a palle, a pezzi, essiccato, trinciato, crudo, cotto, tritato, squartato, cotonato, sfilettato, sbottonato… ma niente bistecche. Tutte le altre culture carnivore… dal Texas, all’Argentina, dalla Toscana, alla Danimarca sì… i Mongoli no! Notti intere a pensarci ma l’enigma rimane…

Subito dopo Darhan c’è la steppa che poi sale e diventa altro: alti fusti di conifere ricordano la taiga imminente. Il paesaggio è spettacolare.

Il confine con la Russia inizia ad Altanbulag, sul lato mongolo: oltre alla frontiera non c’è molto altro. Controlli a persone, documenti e bagagli. Rientro nel bus, terra di nessuno e arrivo al lato russo. Controlli a persone, documenti e bagagli.

I Mongoli hanno preso dai Sovietici e dai Russi molte abitudini. Tra queste anche il berretto militare, che è fatto a pizza tonda larga. Più sono alti i gradi, più la pizza si allarga. La nota buffa è che ai Mongoli questo cappello non sta bene. È più facile vederlo che spiegarlo.

In tutto ci vogliono dalle tre alle quattro ore.

Che Kyakhta sia Russia non c’è dubbio: svetta su tutto, già da lontano, la Cattedrale ortodossa con i tre campanili azzurri.

Kyakhta è già Buriazia, Repubblica autonoma interna alla Federazione Russa. La Federazione Russa è il più grande Stato del mondo. È divisa in 83 soggetti federali (84 con la Crimea) raggruppati in 8 distretti. Le Repubbliche hanno il diritto di affiancare un’altra lingua ufficiale al russo. La Buriazia è una di queste. Il vento Burian e la parola “buriana” vengono da qui. Si intuisce che infradito e pareo non sono molto diffusi.

Lungo la strada A 165 (l’antica via del tè), superato il fiume Selenge, si fa pausa sulle alture del Lago Gusinoye dopo 2 ore di taiga.

Taiga taiga taiga, che poi sarebbe, alberi alberi alberi. Per vedere il sole che cala, bisogna fare i paraculi e mettersi sul lato sinistro del pullman.

Si arriva a Ulan Ude prima di sera. La piazza dei bus è una rotonda vicina alla Sovetov, la piazza principale. A fianco c’è l’hotel Baikal, più costoso di quanto dovrebbe. Facendo il giro dell’edificio c’è il mostro sovietico Hotel Buryatia, più economico. 15 € a notte a persona. Per retaggi burocratici sovietici, ad ogni piano un’addetta registra ingresso e uscita di tutti. Il sito non c’è ma c’è il telefono:

Tel. + 7 301 221 48 88

Parlano solo russo.

Rubli al bancomat. Prima di ulitsa Lenina (ulitsa è via) sulla destra c’è il consolato mongolo. Fa sempre piacere saperlo.

Cena da Samovar. Si raggiunge la stazione ferroviaria alle spalle della piazza principale e si passa il ponte sui binari. La parallela più grande e trafficata dall’altra parte della stazione è ulitsa Gagarina. Bisogna chiedere più volte perché in Siberia parlano solo russo. Se dice culo, anche mongolo...

Nel piano interrato si mangia russo-buriato a base di zuppe e pesce del Baikal con formaggio. Circa 7 € a persona in rubli.

A Ulan Ude c’è la testa di Lenin più grande del mondo. È a piazza Sovetov. Un po’ la pigrizia, un po’ la difficoltà oggettiva, hanno impedito l’aggiornamento della storia. La città è un agglomerato industriale medio grande. Quasi la metà della popolazione ha tratti mongoli; gli altri sono i classici Siberiani alti biondi e con gli occhi di ghiaccio.

Il giorno dopo, colazione alla caffetteria Marco O’Polo (scritto così). Sta in ulitsa Kommunisticheskaya, la via a sinistra dell’entrata dell’albergo.

I camerieri si stupiscono che ci siano Italiani che fanno colazione a Ulan Ude. Non hanno tutti i torti perché Ulan Ude non è Battipaglia, ma lo snodo ferroviario tra Transiberiana e Transmongolica (vedi altri viaggi in Transiberiana nel sito).

La Transiberiana, elettrificata e a doppio binario, va da Mosca a Vladivostok: 9000 km per la ferrovia più grande del mondo. Ci passano tutti i convogli che traversano Madre Russia in orizzontale. La Transmongolica, che nel tratto mongolo non è elettrificata ed è monobinario, taglia la Mongolia da nord a sud, passando per il Deserto di Gobi. Unisce la Russia alla Cina; Ulan Ude è il punto di contatto tra le due.

In ulitsa Erbanova (davanti all’hotel Baikal) c’è un'agenzia di viaggi. Si accede tramite la porta di una yurt (le gher mongole). Si prende il biglietto della Transiberiana per Irkutsk, Krasnoyarsk e Novosibirsk. Non parlano altro che russo. Non avendo un cazzo da fare, è divertente.

Sui treni della Transiberiana ci sono diversi ordini di posti; quelli più comuni sono: 1a classe con due cuccette per scompartimento (SV);

2a classe con quattro cuccette per scompartimento (Kupé);

3a classe con cuccette a camerata per tutto lo scompartimento (Platskartny).

Sulla linea passano treni che fanno il percorso totale, ma anche locali per tragitti intermedi.

È importante ricordare che l’ora della Transiberiana è quella di Mosca. Con sette fusi orari su tutta la linea, evita confusioni; all’inizio viene il mal di testa, ma poi basta capire il meccanismo…

Biglietto di terza classe per Irkutsk; partenza il giorno dopo alle 5,27 ora di Mosca (a Ulan Ude le 10,27): costo in rubli, sui 18 €.

Pranzo da Marusya, su ulitsa Lenin, la via che parte dall’arco a destra dell’hotel: è un edificio pastello sulla sinistra con delle scale nascoste. Sono tutti vestiti in abito tradizionale: zuppa e pesce del Baikal (l’omul, simile al pesce persico) con uova e formaggio. Anche birra, scritta in cirillico. 

Sulla Lenina, che poi diventa pedonale, si può fare lo struscio: dopotutto, passare il pomeriggio a guardare le vetrine di Ulan Ude è un classico...

La sera invece si va sotto l’edificio di vetro, cento metri sulla sinistra dell’hotel. In un pub ristorante, c’è una sala con musica dal vivo. Si balla e si brinda.

Un Russo medio beve abitualmente come un alpino a Capodanno. Talvolta bisogna adeguarsi. La vodka in Siberia si prende a bottiglie, non a bicchieri. Al bancone del bar ce ne sono decine di tipi diversi. L’usanza locale è prendere una bottiglia e un piatto con fette di limone. Ogni bicchiere una fetta di limone. Anche ragazze della Ulan Ude bene, fanno lo stesso. Ci si diverte molto. Più di quanto si potesse prevedere guardando Ulan Ude sulla carta geografica.

Per prendere un treno sulla Transiberiana bisogna andare alla stazione un’ora prima e farsi consegnare il biglietto vero e proprio all’ufficio per stranieri. Sono pratiche burocratiche inevitabili.

Per gli orari delle ferrovie russe:

http://pass.rzd.ru/main-pass/public/en

I tempi di attesa possono variare molto. Sulla Transiberiana la fretta non ha senso. È un film di treni eterni e scritte russe; di donne col fazzoletto che vendono aringhe e biscotti; di vagoni pieni di tronchi; di ponti di ferro su fiumi sconosciuti; di case di legno e stazioni con cartelli azzurri; di alberi e passaggi a livello; di persone ferme in città senza nome… La Transiberiana è odore di freni, di cuccette sfatte, di cibo per il viaggio; è sentire le ruote del treno che passano sulle traversine; è le voci russe dei passeggeri; è Madre Russia che passa per gli altoparlanti tra turbofolk e cori tradizionali.

Sette fusi orari, più di 90 città, centinaia di ponti. La Transiberiana è un mondo in cui i ritmi e i parametri normali perdono senso. È speranza e malinconia; partenza e arrivo; silenzio e confusione totale. È un inno alle distanze, ai luoghi, al viaggio, alla vita.

Il treno è previsto in arrivo alle 12,41 a Irkutsk (dove sono le 17,41). La provodnitsa indica la carrozza e il posto.

Il treno passa per Babushkin. Si bagna quasi le ruote sul Lago Baikal all’altezza di Slyudyanka. Il Baikal è leggermente più grande del Lago di Bracciano... Da nord a sud, sono 800 km.

Siberia pura. In inverno qui non si respira dal freddo. Si superano anche i -50°.  

Si arriva a Irkutsk. La stazione è una chicca zarista, color giallino verdino. Sul grande spiazzale esterno si esce a destra, per 300 metri fino al ponte sul fiume Angara. L’Angara è sei volte il Po e una ventina il Tevere, in larghezza. Superato il ponte, a destra si continua su ulitsa Stepana Razina, direzione centro (dalla parte opposta della ferrovia). Hotel Gornyak su ulitsa Dzerzhinskogo, traversa a sinistra di ulitsa Lenina, proprio davanti al parco con la statua di Lenin. A piedi, sono 3 km coi bagagli: è un bel culo, ma si può fare. Col taxi, sono pochi rubli.

Una doppia tranquilla costa 45 €.

Se c’è una Parigi in ogni parte del mondo, Irkutsk è la Parigi della Siberia. Detta questa cazzata, si parla con la signora della reception che a tutt’oggi non ha mai vinto un torneo di “ti sorrido perché sei un cliente…”.

La severità è una caratteristica dei Russi, come di altri popoli slavi (vedi i girandoloni nei Balcani). All’apparenza sono duri, senza smancerie e convenevoli. In realtà sono più dolci e ospitali di come sembrano. 

I cavi del filobus tagliano tutta ulitsa Lenina. Gli edifici color pastello sembrano appena restaurati. La città universitaria, grande come Firenze, sconosciuta ai più, si rivela una sorpresa infinita.

Cena da Snezhinka in stile salotto inizio ‘900.

Sneginka2000@bk.ru

Sta in ulitsa Litvinova, sesta traversa a destra di ulitsa Karla Marksa, l’arteria fighetta del centro.

Zuppe invernali e pesce del Baikal con dolce e kvass (il fermentato di vegetale simile alla birra) per 10 € in rubli.

La sera si finisce vicino allo stadio, 200 m di fronte all’hotel. Nella rotatoria d’accesso, tamarri locali fanno testa coda con auto modificate. C’è un locale finto elegante, per sola gente del posto (a Irkutsk, di turistardi non ci sono). 5 € in rubli per qualche vodka e via.

Colazione di rinforzo da Domino, appena a destra dall’hotel. È un fast food russo, che fa dolci e altro. Sono più simpatici che veloci. Carino ed economico. Si gira per Irkutsk col passo di chi la sa lunga.

Irkutsk e la Siberia in genere, sono Europa nell’Asia sperduta. Ragazze belle si confondono con persone timide, non abituate ai turisti. La città raccoglie studenti siberiani: ha il profilo giovane e i tram simpatici. Ricorda Anna Karenina, tra cattedrale, colori pastello e calore gelato.

Tra il fiume Angara e l’hotel c’è il quartiere antico fatto di case di legno: sembra quasi disabitato. Facendo la curva del fiume, si arriva sotto la Cattedrale Bogoyavleski, bianca e bordata di rosso. Sembra una torta. Ci sono pescatori silenziosi sul fiume.

Cena da Pervach in Ulitsa Chkalova.  Sta a un metro da Piazza Kirov, dove sorge l’ex palazzo del Partito; dietro si vedono le guglie della cattedrale. Formaggi, omul, patate, kvass e vodka per meno di 15 €.

http://cafeteria.ru/irkutsk/place/pervach

La sera a Irkutsk passa e non è male. C’è lo Yafimch sulla Karla Marksa al n. 3. È quello col cancello nero che da accesso al giardino.

Si bighellona per le vie della Siberia bella, con i bagagli in deposito, aspettando l’ora del treno.

Pranzo da Russkaja Tschajnaja sempre sulla Karla Marksa, ma molto in fondo, a ridosso dell’affluente Ushakova. Il bus n. 8 ci si avvicina, ma bisogna regolarsi a naso. 

Per il treno bisogna muoversi a metà pomeriggio.

Si va a Krasnoyarsk che sta solo a 1100 km a ovest da Irkutsk: i classici due passi.

Il treno 3394 proveniente da Cita (è quella di Risiko…) parte da Irkutsk alle 13,21 di Mosca (18,21 locali) e arriva a Krasnoyarsk a mezzogiorno (le 8 di Mosca, perché Krasnojarsk guadagna sul fuso). Sono quasi 19 ore di Transiberiana: "un attimo che arrivo..."

Costo sui 60 € in rubli per la cuccetta.

Sui treni russi, anche salendo in treno facendo le puzze, è facile rimanere simpatici; grazie a Pupo e ai Ricchi e Poveri, siamo molto quotati in Russia. Anche la curiosità aiuta: del resto è più facile trovare due Russi su un trenino per Ostia che due Italiani su un treno tra Irkutsk e Krasnoyarsk...

All’estremità di ogni vagone, c’è il samovar, il boiler per l’acqua calda. Bisogna portarsi bustine e bicchieri e passare il tempo bevendo tè, leggendo e guardando fuori finché c’è luce. Nelle foreste siberiane di Sylvaine Tesson, Edizioni Sellerio, è l’ideale.

Sistemata la cuccetta con lenzuola e coperte, si dorme bene anche con sconosciuti nello stesso scompartimento.

Ci si assesta al finestrino all’altezza della città di Tayshet. Poi Reshoty, Ilanskaya, Kansk e verso metà mattina Zaozernaya, scritte in cirillico ovviamente.

Il grande ponte sul fiume Enisey è già Krasnoyarsk. La stazione è enorme e pure il piazzale fuori. Ci sono bus e filobus.

Hotel Ogni Eniseya, su ulitsa Dubrovinskogo al civico 80, che è il lungofiume. Il palazzo è enorme, bianco e si affaccia sull’Enisey.

www.ogni-eniseya.ru/

Costa sui 50 € per una doppia.

Per arrivarci basta prendere uno dei filobus che dalla stazione percorrono la Karla Marska. Dopo 1 km circa, si scende e si va a destra verso il fiume. L’hotel si trova facilmente. Chi volesse perdere mezz'ora senza motivo, può chiedere informazioni per l’indirizzo.

A destra dell’hotel sul lungofiume c’è una Kofeynya che dà sulla strada. si mangiano salsicce (anche pesce di fiume), ravioli russi e birra russa (la Sibirskaya Korona) per 8 € in rubli. Si gira per Krasnojarsk.

Dire che Krasnojarsk, cuore della Siberia, sia una città bellissima è una frase un po’ a così... La città sembra uscita da un film sovietico degli anni ’70. È un luogo pieno di fascino, però. Non si vedono turisti. Sapere che un milione di persone vivono nel mezzo della Russia asiatica dove d’inverno si arriva a -50° fa uno strano effetto…

Si cena da 15° 58’ ristorante con velleità fighette vicino all’hotel.

http://restoran1558.ru/

Con 11 € in rubli, salame russo (kolbassa), insalate pasticciate, spiedini, birra Sibirskaya e vodka.

Posto carino a Krasnojarsk è il Traveller Coffee, catena presente in tutta la Russia. Sta sulla ulitsa Mira, una delle arterie che portano alla stazione.

www.travelerscoffee.ru/en/places/krsk

Passeggiata sulla sponda dell’enorme fiume Enisey e giro senza meta in tutta calma. C’è il Teatro dell’Opera abbastanza fico, a Krasnojarsk.

In ulitsa Mira 102, c’è il ristorante Shkvarok. Salmone, panna e pasticcio di formaggi. Acqua e kvas. Circa 10 €. Il kvas è una bevanda fermentata poco alcolica eccetera eccetera…

Il treno 239 passa da Krasnojarsk alle 20,30 (l’orologio segna 16,30 ora di Mosca) e arriva a Novosibirsk alle 7,22 (4,22 di Mosca con un’ora di fuso in meno). Sono 12 ore di viaggio.

L’esperienza del treno si ripete ma rimane sempre unica. Si entra nello scompartimento accompagnati dalla provodnitsa. I Russi sono timidi all’inizio, soprattutto perché il 99% di loro parla solo russo. Quando si rompe il ghiaccio però, un modo per comunicare si trova e un vagone della Transiberiana può trasformarsi in un picnic: ognuno porta qualcosa. Cervo in gelatina, salame, cetrioli, biscotti, succhi di frutta, tè, vodka… Ognuno apparecchia negli spazi stretti degli scompartimenti e offre. Essere Italiani gioca a favore. Chi viaggia su un treno russo, deve ad Adriano Celentano molti brindisi.

"Stiamo attraversando la Chakassia!!!"  è una frase a cui si può rispondere "e chissenfrega!". Questione di sensibilità.

Un paio d’ore a ovest di Krasnojarsk c’è l’obelisco che indica metà Transiberiana. Il “me cojoni” è d’obbligo.

Tra odori e città senza nome ci si avvicina a Novosibirsk.

La stazione di Novosibirsk è un tempio. Color maiolica del bagno, è forse tra le più monumentali della Federazione. Starci la mattina alle 7,30  ha un suo fascino.

Il piazzale è grande quattro campi di calcio. Di fronte c’è l’Hotel Novosibirsk, mostro ex sovietico con più di 20 piani.

http://www.hotel-novosibirsk.ru/eng/

Prenotandolo on line si riesce a trovare una doppia anche 50 €. È utile per la posizione centrale e per la vista: domina la stazione e il fiume Ob che si staglia dietro. Con la luce giusta il colpo d’occhio è notevole.

Imboccata Vokzalnaya magistral, lo stradone che parte dalla stazione, dopo 6-700 metri di palazzoni stile URSS, sulla destra c’è la caffetteria Terra. Ci si può anche mangiare. Più avanti c’è l'incrocio con prospekt Krasny, dove c’è il Teatro dell’Opera e la statua di Lenin col cappotto al vento.

Novosibirsk è una città industriale enorme e infreddolita, anche d’estate (vedi altri viaggi in Transiberiana).

Si va in giro: Cattedrale Aleksander Nevski e Cappella di San Nicola. Poi follia coi tram n.13, n. 14 e n.11 facendo un anello di due ore senza parlare. Ogni biglietto costa 10 rubli e si osserva la Russia profondissima. Avere il colbacco fa la differenza...

Col bus 203, dalla stazione centrale si arriva pure in Dzerzhinskogo, al ristorante Pechki Lavochki. È alla buona e per mangiare russo non si spendono più di 8 €.

Per pasti tradizionali è bene tenere presenti comunque anche Druzhba e Jily Byli su ulitsa Lenina.

La sera si va al Rock City. A seconda della sera c’è anche caciara.

www.rockcity.ru/

Tra i palazzi cubici alti e grigi, nelle strade larghe e infinite, gli zigomi slavi e severi sono russi, non c’è che dire. Fermarsi ad osservarli è un film lunghissimo. Spesso, al femminile, anche molto piacevole.

Rimanere due notti prima di partire, è meglio. Si assorbono meglio stanchezza, fretta, spostamenti, cammelli, cavalli, treni, bus e un viaggio senza fine.

Il taxi dalla piazza della stazione a Novosibirsk Tomacevo (l’aeroporto) costa 550 rubli. Dura mezz’ora, tra periferia alla Kruscev e aria da film giallo.

La Russia è Russia. Non può essere altro.

C’è il volo Aeroflot alle 9,05 per Mosca Sheremetyevo. Arriva alle 10,15 (c’è il fuso). Alle 12,30 da Mosca Sheremetyevo si vola per Roma. Atterra alle 14,20.

Per Malpensa alle 13,20 e arriva alle 14.

Comincia la grande nostalgia.

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