Myanmar

MM

Il ricordo

  1. "Tranquillo, tanto le zanzare che vuoi che ci fanno…"

 

  1. NOTTI: 15
  2. BUDGET: 1900 €
  3. FATTO A: ottobre
  4. DA: 2 girandoloni
  1. DESTINAZIONE/PERCORSO
  2.  
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Volo Thai Fiumicino-Bangkok alle 13,30. Arriva alle 6,05. Decollo alle 13,05 per Yangon e arrivo alle 13,50 birmane. Costo A/R 810 €.

Da Malpensa, stesso scalo, costo simile.

Visto in Italia tramite l’ambasciata a Roma. Costa 25 €.  http://www.meroma-it.com/index.htm

Vaccini a nastro: dal mal di testa al tifo, dall’encefalite all’epatite, diciamo che in quanto a rischi la Birmania parte bene. Molto di moda anche la febbre dengue, tipica del luogo. Le zanzare aspettano in taxi già all’aeroporto… Sulla profilassi malarica vale il discorso di sempre: è una scelta invasiva e personale.

Ricordiamo che siamo al tropico e non a Cervinia: a ottobre finisce la stagione delle piogge e fino ad aprile è secco. Ci frega e non ci frega…

Ricordiamo pure che la Birmania ufficiale si chiama Myanmar nome che rappresenta non solo l’etnia Burma.

Arrivare è come andare indietro nel tempo. Non parliamo di fusi strani (le 12 in Thailandia sono le 11,30 a Yangon). È una viaggio fuori dai circuiti classici del Sudest Asiatico.

Yangon una volta era Rangoon. È l’ex capitale, oggi trasferita a Naypyidaw, (400 km a nord) e il centro di tutto. Ci sono ancora tutte le ambasciate.

Il Paese, sotto controllo militare con impostazione comunista è una costola della Cina eccetera eccetera… Possiamo dire che è la DDR dei tropici. Che sia di un’altra epoca si capisce subito.

L’aeroporto Mingaladon con tanto di costruzione buddista kitsch, è piccolo e caruccio. Sbrigate la dogana c’è lo slalom fra i facchini improvvisati. I Birmani sono ingenui e poco abituati ai turisti, ma il gioco del fotti-fotti-valigia lo conoscono anche loro.

Ci sono due uffici di cambio in aeroporto per i kyat, la moneta birmana. Conviene di più quello nella hall degli arrivi. È bene avere banconote fruscianti. Bastano un segno o una piegatura e si straniscono.

All’esterno nuvole gonfie e taxi giapponesi sfondati.

Sequenza logica:

  • le auto hanno il volante a destra all’inglese
  • il senso di marcia, finito il colonialismo, è tornato a destra come da noi
  • in Birmania guidano strano.

Per il centro di Yangon ci vuole mezz’ora e la corsa costa meno di 5 € in kyat, trattando prima.

Umido e verde ovunque. S’incrociano tanti motorini e risciò. L’impatto con la periferia è simile a Cambogia e Vietnam (vedi nel sito) ma meno incasinato.

Passati un paio di laghetti si arriva al Motherland Inn 2 sulla Pazundaung Road.

http://www.myanmarmotherlandinn.com

35 dollari a notte compresa la colazione. Chi si aspettasse un 5 stelle con spa può orientarsi altrove, ma è molto pulito. Va detto che l’accoglienza dei Birmani è straordinaria. Sono ospitali oltre immaginazione.

La struttura è verde menta, come quasi ogni cosa in Birmania. Il verde distende i nervi e la cosa ci piace.

Da notare: la corrente ha la presa inglese; senza adattatore il cellulare non si carica. Una volta carico non serve comunque, perché il servizio roaming in Birmania non c’è. Spesso di giorno viene staccata ed erogata di nuovo dal tramonto alle 6 di mattina.

Citazioni: lo diceva Neruda che in Birmania se suda… Quello che non diceva è che sudano solo gli stranieri. I Burma sono abituati. Il clima costa tre magliette al giorno senza muoversi troppo. Per sudarne una quarta basta una birra Myanmar da 66 cl a meno di 1 € direttamente in hotel. La Birmania è all’80% buddista e l’alcol non è un tabù.

Giro in zona. L’area dell’hotel è a 400 metri dalla convergenza tra il fiume Yagon e il Bago. 100 metri davanti c’è un altro canale. È pieno d’acqua marrone e come in tutto il Sudest asiatico il topo e il rettile sono di casa. È bene saperlo.

Il cuore di Yangon è tutta la zona alle spalle dell’hotel. Le strade sono fatte a quadri e per orientarsi basta seguire Maha Bandula l’arteria che porta alla Sula Pagoda, la pagoda vicina al municipio, centro del centro. I numeri degli autobus sono scritti in alfabeto birmano quindi un insieme di nodi alla marinara. I taxi e i risciò costano pochissimo. 1000 kyat per una corsa è un prezzo già alto.

Per la strada gli uomini hanno tutti il longyi, la gonna tradizionale. Arriva alle caviglie anche se spesso viene ripiegata sotto il pacco per comodità… Per strada non si vedono jeans (non esistono proprio). Viceversa le ciabatte di ogni forgia e colore sono la calzatura nazionale. Anche il tatuaggio tira molto. Dappertutto si mastica il belet, impasto rossastro principale causa di cancro e scatarri in tutta la Birmania. Le chiazze rosse per terra sono ovunque.

In genere i Burma sono più scuri di Vietnamiti e Thailandesi ma nel centro c’è pure Chinatown e le etnie si mischiano. Distinguere non è facile. Facile viceversa è trovare da mangiare: è pieno di bancarelle nelle vie che dalla pagoda vanno verso il fiume. Il cagotto arriva non prima di un paio di ore, quindi si può stare tranquilli.

In alternativa c’è l’YKKO a Seikkanthar, la settima traversa a sinistra, spalle alla pagoda. È carino e pulito. Si paga sui 4000 kyat per cibo asiatico. Ricordiamo che in Birmania va forte il coriandolo (come nei Paesi vicini). Sta sempre in mezzo come il prezzemolo, ma è buon come il sapone liquido… Evitarlo non fa male a nessuno.

Si rientra da Anawratha, la parallela di Maha Bandula. Si cammina senza rogne. La criminalità non è un problema a Yangon e la questua non è assillante. Al primo market grosso si compra il repellente per gli insetti, fondamentale per tornare vivi in Italia.

Dal tramonto all’alba arrivano le zanzare, di solito con la musica di Apocalypse Now. Non si sa se abbiano più virus loro o i pc dell’hotel. Avere delle zanzariere portatili da mettere intorno ai letti può essere un’idea.

Ricordiamo che in caso di contagio dengue, non è detto si muoia. La maggior parte dei ceppi non è letale. Spesso finisce con febbre alta spaccaossa (la chiamano così) che fa perdere la ragione. Per i più esigenti garantisce anche diarrea e vomito. Ha un vantaggio però: se ne va all’improvviso. In ogni caso sconsigliamo vivamente di andare in un ospedale birmano. Tanto vale fare i 200 stile libero dentro a una fogna.

Colazione continentale decente e via. Yangon è un mix fra l’impronta coloniale inglese e l’esotico budda kitsch dorato. Spuntano ogni tanto palazzoni governativi e torri vetrate di alberghi, ma mantiene un profilo soft. Risciò e gente in ciabatte ovunque. La povertà è uno status, ma sempre dignitosa.

Girare senza meta per Yangon è bello. Di mattina conviene andare subito alla Shwedagon Paya, la pagoda d’oro simbolo della città. Per andarci sono 10 minuti di taxi costeggiando il lago Kandawgyi e il palazzo Karaweik a forma di barca d’oro.

La Shwedagon Paya è altissima e molto suggestiva. Per entrare si paga 8 dollari. Ci si passa la mattinata.

Da tenere a mente quattro cose:

  • Molti Birmani chiedono di fare la foto con loro. Ognuno sceglie i soggetti che preferisce…
  • Puntare i piedi verso le divinità è il modo migliore per far incazzare i monaci buddisti.
  • Il clima umido mette sete ma la cisterna con l’acqua potabile sull’esterno della pagoda ha un bicchiere legato con la catenella che vale per tutti. È una roulette russa con la diarrea. Meglio portarsi l’acqua in bottiglia.
  • Nell’area della pagoda si entra scalzi e l’abitudine birmana di sputare ovunque vale sempre…

Ci si perde per le strade tra la stazione centrale verde menta e la Cattedrale Cattolica di Saint Mary, simile a quella di Saigon in Vietnam. Tra case vittoriane e accozzaglie asiatiche si punta verso il grande fiume Yangon. In mezzo ai vicoli i vecchi giocano a scacchi su sedie e tavolini di plastica tipo Barbie, rigorosamente made in Cina.

Ogni tanto gruppi di ragazzi giocano a Chinlon (palleggi infiniti con palle di bambù, oggi prodotte in plastica dai Cinesi).

Cena al Monsoon che non è una canzone dei Tokio Hotel ma un ristorante fighetto in città.

https://www.facebook.com/pages/Monsoon-Restaurant-Bar-Yangon/215941791813872

Costa sui 15 € a cranio ma si mangia bene e birmano (volendo viet e thai). Riso a valanga, nga hpe (torta di pesce), kyay ohe (noodle con maiale a verdure) e altre specialità della nonna. Buone le bein moun, le frittelle. A Yangon in genere si mangia molto pesce, ottimo tra l’altro anche come veicolo d’infezioni.

Si lascia Yangon per il lago Inle. Per risparmiare si va in bus. Sono più di 500 km.

Il biglietto si fa in hotel con 15000 kyat, circa 15 €. Ci vuole mezz’ora di taxi (5000 kyat) per arrivare ad Aung Mingalar, il terminal dei bus. Sta vicino all’aeroporto. È pieno di Birmani che partono (sarà forse perché è una stazione, chissà…).

http://myanmarbusticket.com/busroutes

La compagnia JJ parte alle 18 e arriva a Nyaung Shwe alle 5 di mattina.

Sul bus spesso vengono usati i sedili in fondo per caricare pacchi. Utilizzarli per dormire non è male. Non è da escludere l’overbooking con gente che rimane in piedi. In questi caso di solito finisce a calci e pugni.

Sono 12 ore al buio tra giungla e laghi. Due le tappe per pisciare e cenare lungo la strada di tanto in tanto costellata da blocchi militari. Il Tatmadaw (le forze armate) rappresenta il potere in Birmania. È impegnato anche nel controllo discreto dei turisti. Sentirsi pedinati non è una paranoia e avere qualche fotocopia del passaporto da consegnare agli autisti dei bus può tornare utile.

Ricordiamo che l’esercito è impegnato in piena guerra civile contro i Karen a sudovest verso la Thailandia. Lo stesso lago Inle è nello Shan, area di minoranza etnica. Tutto il paese è molto militarizzato.

Prima di entrare a Nyaung Shwe si paga una tassa turistica di 10.000 kyat.

Il villaggio si trova a nord del lago Inle. È un agglomerato di case di legno e palafitte da poco aperte al turismo.

Si arriva alla May Guest House sulla Phaung road.

https://www.facebook.com/pages/May-Guest-House/472295159450313

Tutta in legno e pulita, è gestita da personale eccezionale. 30 $ per una doppia con colazione occidentale.

Il paese è unito al lago vero e proprio da un canale. Sta a 5 minuti uscendo a destra dalla Guest House. Arrivati all’acqua ci si accorda con un barcaiolo per prenotare la gita. 5000 kyat tutto il giorno.

La cittadina è molto tranquilla e gradevole, circondata da risaie e canali. Ci sono pagode e un collegio buddista.

Si cena al Green Chilli nella via dell’ospedale. Buono e pulito. Cena burma con birra Myanmar per 8 €.

La gita in barca è la chicca del lago Inle anche se in piena stagione è un ritrovo di turisti. Sulla barca lunga e stretta, il tizio in longyi rema con un piede, facendo leva sul fondo basso. Quando c’è la regata storica, questo stile diventa uno spettacolo vero. Molti di loro pescano con nasse di bambù, ma solo in tempi di acqua bassa. In tempi di acqua alta usano le nasse solo per le foto da coglione coi turistardi.

Il canale è lungo 2 km, poi si arriva al lago, popolato da palafitte. A ottobre, finito il periodo delle piogge, c’è alta marea.

È la patria dell’artigianato, vero o presunto. C’è un mercato galleggiante spettacolare e la pagoda Phaung Daw. Con la barca si arriva agli stupa (monumento buddista a forma di fuso, vedi Nepal) sull’acqua. Migliaia di campanelli suonano nel silenzio. Luogo incredibile.

Tutta l’area è infestata da serpenti anche velenosi che usano le basi degli stupa come tana. Un “limortaccitua, potevo dircelo prima…” è tra le prime cose che viene da dire al barcaiolo.

Il barcaiolo si riscatta con un invito a cena a casa con famiglia. Lo fanno tutti, per ospitalità e soldi. Le palafitte in legno scuro, sono molto confortevoli. L’esperienza di un pasto birmano in una casa birmana vale tutto il viaggio.

Si comincia dal dolce e le portate sono infinite. Eccellenti la zuppa di pesce e noodle (scusa per farsi portare il cucchiaio, sempre) e il pesce grigliato.

Alcuni accorgimenti:

  • In Birmania lasciare un po’ di cibo nel piatto indica che il pasto è stato abbondante.
  • Quando di mangia si può fare rumore. Loro lo fanno.
  • Il riso arriva direttamente con la carriola (per tradizione si dovrebbe mangiare con le mani).
  • Un Occidentale è un oggetto curioso. Non è da escludere la presenza di una decina di bambini che guardano in silenzio mentre si mangia.

15 € è il minimo che si possa lasciare per tutto.

Dopo il riposo e le riflessioni da persone sensibili come siamo noi girandoloni, via dal lago Inle, direzione Mandalay col bus. Biglietto a 15 $, preso dalla reception della guesthouse.

Taxi per 10.000 kyat dalla guesthouse Nyaung Shwe fino alla stazione dei bus di Taunggyi, distante mezz’ora. È il cuore dello Stato Shan.

Dalla stazione Thit Taw la linea JJ parte alle 19, col buio. Arriva a Mandalay alle 5,30. L’è dura, lo ammettiamo. Soprattutto non si capisce perché scrivano classe VIP…

Dal bus terminal sterrato di Mandalay con 2000 kyat in taxi si va diretti al Yuan Sheng Hotel. Ottimo. Con la colazione sono 42 €.

http://yuanshenghotel.com/index.php

Mandalay fa più di 1 milione di abitanti e sta sull’Irrawaddy che non è una tamburellata sulla tastiera, ma il fiume più grande del Paese. È un po’ la Firenze della Birmania; detta questa cosa senza senso, precisiamo che è anche un importante centro per il buddismo.

Prese le misure, in due giorni si possono visitare: la collina che domina la città e a sua volta dominata dalle zanzare che portano dengue (al tramonto, zanzare a parte, è notevole); il palazzo reale col fossato intorno a cui si accede a pagamento; la pagoda Sandamuni (sotto la collina), famosa per il Budda di ferro e i pinnacoli bianchi; la pagoda Maha Myat Muni col Budda fatto d’oro e pietre preziose.

Per mangiare birmano si fa riferimento al Sha ma ma sull’81th, perpendicolare alla strada dell’hotel, direzione palazzo reale. È uno street food eccellente e a prova di cagotto.

Altro ottimo posto per mangiare è il Lashio Lay, sulla 23th vicina al palazzo reale e frequentato molto dai locali. Molto frequenti le donne con la thanaka in faccia (crema gialla usata tipo rinfrescante).

Fuori Mandalay c’è il ponte di legno, che non è la città dei raduni leghisti ma l’U Bein di Amarapura, il ponte di legno più lungo del mondo. Sta a 20 minuti di mototaxi dall’Hotel, su un lago. Le mototaxi stanno ovunque e sono una buona occasione per sporcarsi di fango e prendere aria.

Il posto mette pace e va visitato. Dal lato di Amarapura, all’inizio del ponte vicino alla pagoda rossa, stazionano chioschi in stile sagra di paese. È una buona occasione per mangiare pesce grigliato e bere birra Myanmar con due lire. Vendono pure le sigarette.

Da Mandalay a Bagan ci si va in barca lungo l’Irrawaddy. Ci sono diverse agenzie che coprono il servizio in 9 ore di crociera (180 km). Si prenota in hotel senza problemi. Sono 40 $ a persona.

http://www.myanmarrivercruises.com/malikha_river_cruise.php

Da Mandalay si parte alle 7 dal porto (un attracco sotto una collinetta nel cuore della città). Sono 5 minuti dall’hotel in risciò.

Il barcone a più ponti ricorda un po’ il Mississippi e un po’ il Mekong (vedi Cambogia nel sito). Sponde limacciose, chiatte che passano, carrette che inquinano, pescatori che campano o almeno ci provano. Guglie di pagode dorate affiorano dalle rive tra animali, bambini e contadini. È tutto molto Asia. I viaggiatori all’interno, quelli a cui del paesaggio non può fregare di meno, sono tutti Birmani. Quelli fuori che fanno foto, sono turisti.

La crociera è lenta e piatta. Scorre come la vita dei Burma: senza fretta. Il sole uccide man mano che si scende verso sud. Ai lati villaggi sgangherati con sponde torbide e basse; musica pop birmana senza fine dagli altoparlanti. Carretti, bambini, piccole barche, il fiume scorre tra un ponte lunghissimo (spesso l’Irrawaddy è largo sui 2 km) e un altro. La barca fa strane tappe: alcune per accostare venditrici di frutta e samosa (i trangoli fritti farciti asiatici); altre per far scendere gente del posto in luoghi sperduti.

Tra banchi di sabbia e caldo mortale si arriva a Bagan alle 16. All’attracco procacciatori e carrettieri si affannano. Il carretto a cavallo tipico birmano costa sui 5000 kyat per arrivare all’At Bagan l’hotel di riferimento a New Bagan, distante 5 km. È un struttura in legno, sulla strada principale, vicina alla pagoda bianca. Ha vari tipi di sistemazione ed è pulito. 48 € a notte una doppia, compresa la colazione. La corrente elettrica di giorno c’è  non c’è.

Sulla strada dell’hotel, ci sono molti ristoranti e luoghi all’aperto, ottimi per rilassarsi all’ombra e bere una birra ABC (vedi Cambogia). Si mangia al Mar Lar Thein Gi sulla strada principale lato hotel. 7 € per cucina asiatica.

Sarà il caldo della spianata sarà la giungla tutta intorno ma a Bagan ci sono 4 tipi di insetti:

  • Quelli piccoli
  • Quelli normali
  • Quelli grossi
  • Quelli molto grossi

Sul colore, ce n’è per tutti i gusti. Repellente e zanzariere sono necessari.

In hotel con 1500 kyat al giorno si affitta una bicicletta. Se va di culo capita la versione brutta di una graziella. È fondamentale per muoversi tra New Bagan e Bagan. Con 350 $ c’è anche il giro in mongolfiera, un classico di Bagan. Non siamo stati solo noi girandoloni a dire “chissenefrega…”

L’area delle pagode è 20 km x 20. Piccole chicche:

  • Per non morire a Bagan portarsi acqua potabile ed evitare di pedalare a mezzogiorno.
  • Per evitare i turistardi, partire all’alba e cominciare dal tempio più lontano.
  • La pagoda Shwesandaw, più vicina al fiume, è più bella al tramonto.
  •  Le spine di arbusto sulle strade di campagna sono un classico. Basta chiedere a qualunque Birmano e le forature si riparano facilmente. Non c’è un prezzo: per non fare le merdine basta cacciare 5000 kyat per il servizio.

Più a nord della spianata c’è Nyaung-U, una cittadina fluviale immersa nella giungla con un grande mercato. È il centro più vicino all’aeroporto di zona. Andarci a fare le pinne in bici e passarci una mezza giornata non è male. Intorno alla rotatoria del mercato ci sono baracchini per mangiare.

Via da Bagan verso il mare, con tappa obbligata a Yangon. Il Bus parte alle 20 dal terminal di Nyaung-U. Sta tra la stazione ferroviaria (spettacolare in stile burma) e l’aeroporto; 5000 kyat di taxi per arrivarci. Con la JJ Express costa 20 $. Arriva la mattina alle 6.

Senza voler abusare di toni lirici, ammettiamo che la terza notte in bus obiettivamente rompe le palle…

Il ritorno al terminal Aung Mingalar di Yangon è liberatorio. Recuperato il bagaglio, con 40 $ di taxi si punta direttamente per Chaung Thar, sul golfo di Bengala. I tassisti sanno di tornare vuoti e non fanno sconti. Samosa volanti come colazione e via per quattro ore di macchina tra finestrini aperti e ciondoli buddisti.

Tra asfalto sfondato, caldo umido ventilato, terra e giungla, tappa a Pantanaw  e Pathein, villaggio bellissimo di pagode e artigianato.

Si arriva a Chaung Thar, teoricamente villaggio di palafitte per pescatori. È più economica della vicina Ngwesaung e frequentata per lo più da gene del posto; il turismo organizzato però sta prendendo piede.

Appena sul lungomare, all’altezza del resort Belle c’è lo Shwe Ya Min Hotel con bungalow di legno puliti a ridosso della spiaggia. I prezzi variano ma non si capisce in base a cosa. Con colazione e cena, noi girandoloni abbiamo speso 30 € al giorno per una doppia con vista oceano. Le cene a base di riso, pesce e zuppe birmane sono ottime. Le colazioni pure. La frutta tropicale la fa da padrone. Anche qui manca la corrente quasi tutto il giorno. Ci si adatta.

Il luogo è sereno. Palme, bambini che giocano con camere d’aria e aquiloni sulla spiaggia, la pagoda d’oro sullo scoglio ricoperto a tratti dalla marea, biciclette, baracchini a forma di pagoda… Il mare oceanico è torbido, non bellissimo, soggetto a maree che portano alghe. C’è molto vento e nonostante l’umido si respira bene. È un’area non esterna al rischio tsunami e non sconosciuta ai topi, ma decisamente rilassante. Ricorda il mare di altra Indocina (vedi Vietnam). I tramonti da cartolina valgono una permanenza più lunga. Posto davvero particolare.

Per evitare di essere trasferiti al Grande Ustioni di Yangon, la crema solare è fondamentale. La vendono i baracchini sulla spiaggia insieme a tutto il necessaire per il mare: teli, parei e shorts e altre minchiate. A cavallo dell’ora di pranzo ci sono tre opzioni:

  • morire al sole dei tropici ed essere ritrovati subito
  • morire in stanza senza aria condizionata ed essere ritrovati entro 48 ore
  • cercarsi un posto all’ombra con la brezza dell’oceano di traverso

Noi abbiamo optato per la terza.

A Chuang Thar è d’obbligo visitare l’isolotto dei pescatori. Sta a 200 metri dalla riva e volendo ci si va a nuoto. Con l’oceano però, meglio non fare gli stronzi. Con pochi kyat ci si va in barca andata a ritorno con uno del luogo. Basta chiedere. L’isolotto di giorno è vuoto perché i pescatori sono tutti a lavoro. È una meravigliosa sensazione di libertà. Luogo incantevole.

La gita a Ngwesaung è un classico. È il tipico posto per resort e turismo da mare fighetto. Ci si arriva  in mototaxi con 10000 kyat compreso autista per tutto il giorno; il percorso di tre-quattro ore tra sterro, giungla, corsi d’acqua e palafitte arriva fino alle spiagge. Rispetto ai turisti residenti è un modo zingaro di presentarsi, ma vale davvero la pena: molti insetti, molti animali, molti carretti, molti bambini che guardano. È uno scorcio di Birmania vera.

Con base a Chaung Thar, due giorni di mare sono il giusto epilogo prima di rientrare a Yangon.

Il bus per Yangon parte la mattina alle 6, ma bisogna parlare con quelli dell’hotel per capire bene dove come e quando. È tutto organizzato un po’ a cazzo.

Il rientro a Yangon vale l’ultimo giorno e l’ultima notte in Myanmar. Stesso hotel Motherland Inn, stesso verde, stessi autobus sfondati, stessi risciò.

Tra una casa coloniale e un neon di troppo si torna a mangiare al Monsoon e a perdersi per i vicoli del centro.

Fino all’ultima colazione e all’ultimo taxi.

Volo Thai alle 14,50 per Bangkok. Arriva alle 16,45. Scalo mostruoso fino a mezzanotte. Rientro a Roma alle 6 di mattina.

Per Milano, siamo lì, ma non ci ricordiamo.

La Birmania spacca le ossa ed è bellissima: per metà è un viaggio vero, per metà una gita nel tempo. Da vedere finché c’è.

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