Nepal

NP

Il ricordo

  1. “Mentre saliva col suo zaino da 30 chili, cadde e si ribaltò di schiena. Si agitava con braccia e gambe, tanto da sembrare una giovane tartaruga… ”

 

  1. NOTTI: 11
  2. BUDGET: 1500 €
  3. FATTO A: dicembre 
  4. DA:  2 girandoloni
  1. PERCORSO
  2. Kathmandu, Patan, Bhaktapur, Pokhara, Annapurna, Kathmandu.
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Volo Air India Roma Fiumicino-Nuova Delhi alle 19,40. Cambio alle 12,30 con arrivo a Kathmandu alle 14,15, ora nepalese per 14 ore in tutto. 720 € A/R.

Da Malpensa le combinazioni migliori sono con Qatar con scalo a Doha. Prezzi analoghi.

Prima cosa da smentire: “In Nepal fa freddo...” 

D’accordo che l’Himalaya non è Lampedusa e che Kathmandu sta a 1400 metri, ma il Nepal è pur sempre vicino al Tropico: andarci vestiti come Totò e Peppino a Milano non serve. Kathmandu spesso è calda e umida, specialmente da ottobre a marzo. Si capisce già all’aeroporto Tribhuvan, con i suoi mattoni rossi e le montagne sullo sfondo.

Il Nepal ha un fuso di 4 ore 45 più avanti rispetto all’Italia. Non sappiamo a che servano i 45 minuti; forse per sentire il primo tempo delle partite, chissà…

Chi non porta bombe a mano, cadaveri o cocaina può procedere col canale verde e sbrigare subito le formalità d’ingresso. Un modulo si compila in aereo; un altro al banco dell’Immigrazione. Il visto si fa in loco: costa 25 dollari per due settimane. Ci vogliono le fototessere, utili anche in seguito. Non sempre si capisce come orientarsi fra i banconi. Fare i prepotenti con i turisti spaesati aiuta moltissimo.

All’aeroporto di Kathmandu ci sono quattro categorie di persone:

  • i turistardi sedicenti esperti di montagna (Occidentali di solito over 50)
  • i fumatori di nepalese (più giovani)
  • radical chic vestiti etnici (donne con capello corto senza tinta)
  • Nepalesi che fottono i bagagli dei turisti

2 e 3 possono coincidere.

Ci sono anche persone normali però. Molti facchini si presentano col carrello; sono più asfissianti di uno straccio impolverato in gola, ma si aggirano facilmente.

Importante: chi non è mai stato in Asia, si prepari a uno tsunami di ascelle e puzze varie. Chi ci è stato, lo stesso.

Prima di uscire, c’è un ufficio cambi per prendere le rupie, la moneta locale. Fa il cambio meno conveniente del pianeta, ma per le prime spese è necessario. Il tizio si crede furbo ma basta limitarsi a 20 € e il sorriso gli passa subito.

Si esce per i taxi. La tariffa standard per il centro è 500 rupie, ma oltre la fila sulla destra se ne trovano anche a 300, meno di 3 €.

Volendo c’è il bus, ma è lontano e bisogna fare a morsi per salire. Costa 10 centesimi di euro.

I taxi sono tutti Maruti Suzuki bianchi, la maggioranza dei quali sfoggia dei bei centritavola sul cruscotto ed elegantissime pellicce sul volante.

Dopo il primo km scorrevole, si entra nell’imbuto di tuk tuk (vedi viaggi in India e Cambogia), auto coreane, giapponesi, motorini, bus e ogni altro mezzo semovente possibile. Case basse, bancarelle improvvisate, baracche, fiumi umani e rosso di mattoncini: Kathmandu è un grande casino colorato, molto simile a quello che s’immagina. Di fatto sembra India di montagna. E come in India l’igiene è un fattore assolutamente marginale.

La città è polverosa. Sembra Medioriente per alcune sue sfumature ocra. È Asia piena per le facce, il traffico e le pagode che spuntano ovunque. Per i mattoni e l’aspetto medievale, sembra la versione orientale di Gubbio.

Venti minuti e si arriva a Chetrapati, in zona Thamel, cuore della capitale. C’è l’hotel Ganesh Himal, ottimo per rapporto qualità prezzo. Si dorme con 25 € in rupie. Ha pure il wifi che per spedire le foto da coglione è utilissimo.

http://ganeshhimal.com

L’impatto col Nepal è strano. I Nepalesi sono Indiani più tracagnotti e coi lineamenti più duri (vedi viaggi in India nel sito).  Sono miti e ospitali.

In Nepal si parla nepalese. Oltre che in Nepal si parla anche nel Sikkim e nel Darjeeling (il nome del Twinings viola) in India.  Si scrive in devanagari, che somiglia più a una cucitura che a un alfabeto. In ogni caso i miliardi d’insegne colorate sono scritte in caratteri latini, quindi comprensibili.

Polvere, umidità, negozietti, motorini, tuk tuk cabinati bianchi e blu sfasciati, clacson: l’aria di Kathmandu è strana. Col passare delle ore si fa più fredda.

Il Nepal è un Paese tropicale di montagna: è tra i pochi al mondo dove nello stesso giorno si può passare dal piumino a camicia e ciabatte, modello Indiano sudato.

Riposo in hotel e poi in giro.

Da quando il Nepal ha abolito la monarchia ed è diventato repubblica (2008), lo Stato è ufficialmente laico. I Nepalesi sono però all’80% induisti. Chi si aspettasse di mangiare coda alla vaccinara, può anche tornare subito in aeroporto. Il cibo da strada è diffusissimo.

Superata la piazzetta di Chetrapati, a dieci minuti dall’hotel verso Thamel, c’è l’Helena’s Restaurant rinomato per la terrazza. 6 € per birra Everest e una ventina di momo, i ravioli stufati. È un’immersione nell’aria e nei tetti di Kathmandu. (Sui ravioli vedi i viaggi in Mongolia).

Giro e rientro in hotel, coi fumi del fuso.

Per i vicoli, aria densa, fango, confusione e colori. Il mal di testa in Nepal è automatico.

 

A Kathmandu è bello svegliarsi presto e vagabondare nella nebbia densa, senza turisti cinesi in giro. I Nepalesi dicono che chi la respira inizia a sputare catarro senza finirla più. Forse è una cazzata; più probabile che sia lo smog.  Da ottobre a marzo non piove e l’inquinamento a 1400 metri è tosto.

Le strade sono piene di risciò guidati da anziani col cappello alla Karzai in tela. Per i più ignorantelli, ricordiamo che Karzai è l’ex presidente dell’Afghanistan, noto per la sua bustina di lana a tronco di piramide.

Ci sono anche motorini col roll bar laterale per riparare le gambe in caso di collisione. Sono proprio matti questi Nepalesi…

Molti cambiavalute in giro, molti negozietti per turistardi, molti grovigli di cavi appesi, molto tutto. Per pochi centesimi si trovano anche le bandierine del Nepal. A proposito: il Nepal è l’unico Paese al mondo ad avere un fazzoletto doppio al posto del rettangolo classico (Svizzera e Vaticano hanno la bandiera quadrata per la verità…).

Imboccando piccoli sottopassi si lascia la strada principale e si entra in piccole piazzette dove gompa (sorta di conventi) e stupa (templi) buddhisti contendono lo spazio a templi induisti. Girando per le strade nebbiose e umide si sentono in lontananza campanelli di riti religiosi che rompono il silenzio.

Tra mercatini e caciara architettonica, Kathmandu è bella e remota. Odore di incenso, umidità e smog rendono la città unica.

Si arriva a Durbar, il nome con cui i Nepalesi chiamano le piazze con i palazzi reali. È a dieci minuti dall’hotel. L’ingresso si paga in un botteghino laterale: costa più di 7 €; con la fototessera si può fare un pass buono per più giorni. Sono fortune…

La piazza è un’area di 200x200 metri, sintesi perfetta del Nepal: pagode, templi, bancarelle, gente a cazzo, venditori, piccioni, mattoni, puzze, colori, monaci, procacciatori, fedeli rintronati, fedeli e basta…

Da notare che a Kathamndu vanno forte le pashmine (vedi viaggio a Pechino). È una delle cose che i turistardi si fanno appioppare più facilmente.

Ce ne sono di diverso tipo:

  • sintetiche cinesi di colore sgargiante: basta accendere una sigaretta per prendere fuoco come i monaci che s’immolano in Tibet.
  • di lana di pecora generica: corrisponde alla nostra lana mortaccina.
  • di lana di petto di capra: buona ma spesso oggetto di sòla e venduta a prezzi sproporzionati.
  • di lana di collo di capra: la migliore, ma da discernere in base alla tessitura. Quella fina la comprano i Reali inglesi (una pashmina costa anche 5000 €). Quella grossa è costosa ma più abbordabile.

Per fare regali inutili, di solito sono utilissime.

 

Si mangia nepalese. Chapati (la piadina dell’Himalaya) e dal baht sono la base. Dal è la zuppa di lenticchie, baht è il riso. Sono mescolate con spezie e pezzi di carne o verdura. Si mangiano sempre e ovunque. Non fanno venire la diarrea, come capita quasi sempre in Asia. La carne di vacca è ovviamente assente. Pollo, yak e capra stanno dappertutto invece.

Allo Yak restaurant, tra l’hotel e Thamel si mangia con 8 €. Ci scappa anche la birra Gorkha. Il nome è quello dei guerrieri Nepalesi ancora oggi nelle forze speciali britanniche. Sono buoni anche i samosa, i ravioli fritti triangolari pieni d’intrugli.

Sullo sfondo, le montagne. Intorno il bordello vero e l’umidità: Kathmandu ha un grande fascino. Si torna in hotel, dove a una certa ora staccano i riscaldamenti per risparmiare. In Nepal è una cosa normale perché il Paese va a corrente idroelettrica e con la stagione secca, l’energia scarseggia. I black out sono continui. Girare per Kathmandu illuminata solo dalle candele dei negozi è una sensazione incredibile.

Giro a Pashupatinath, maggiore tempio induista nepalese. Sta a 5 km dall’hotel in direzione aeroporto. Si può fare anche a piedi per conoscere meglio la banlieu della capitale. Sta all’altezza del fiume Bagmati, fogna a cielo aperto famosa per la sua particolare bruttezza. La povertà e il sudiciume sono tra le maggiori attrazioni del posto.

Il luogo è sacro per le cremazioni ed è addirittura superiore per prestigio a Varanasi in India (vedi India nel sito). In uno dei ghat c’è stata cremata anche la famiglia reale, massacrata dai Maoisti nel 2001.

A differenza di Varanasi le foto si possono fare, ma con discrezione. Fare un book a un cadavere davanti alla famiglia, non è mai segno di educazione, nemmeno in Nepal.

Può sembrare ridicolo, ma al momento del rogo dei cadaveri, il calore fa scoppiare le calotte craniche. Scene splatter di cervelli che schizzano sono la normalità e avvicinarsi troppo può essere un problema...

L’ingresso per gli stranieri costa 1000 rupie, quasi 10 € a persona (dire “a cranio” ci sembrava troppo…) ma non è possibile fare l’abbonamento come per altri siti. Va detto che tornarci più volte forse nemmeno a Ghandi è mai venuto in mente…

 

Conurbata con Kathmandu c’è Patan, la vecchia città imperiale. È sul lato sud, oltre il fiume Bagmati che fa una specie di anello fognario intorno alla capitale. Dal ponte Bagmati che unisce Kathmandu a Patan si può assistere al lancio dell’immondizia, una specialità nepalese. Praticamente, chi passa tira il sacchetto di spazzatura di sotto. È un modo per fare la differenziata: la differenza la fa la lunghezza del lancio. Il luogo sottostante sarebbe anche sacro per gli indù. La discarica di Malagrotta al confronto sembra gli Champs- Élysées a Parigi.

L’ingresso alla Durbar square di Patan vale 300 rupie e un adesivo di riconoscimento sul petto. Obiettivamente l’area è fantastica. Rosso mattone, tra pagode e pinnacoli incredibili. C’è pure il museo che costa 250 rupie. Se si entra solo per il ristorante però, non si paga.

 

Abbiamo detto che il Nepal è indù, ma essendo limitrofo al Tibet, è pieno di riferimenti a Budda. A Kathmandu, monaci vestiti di arancione come i carcerati americani, sono ovunque. Luogo principe è la collina col Tempio delle Scimmie, lo Swayambhunath che domina la capitale. Ci vuole più tempo a scriverlo che a trovarlo.

Sta a pochi km dall’hotel verso ovest. 200 rupie per il taxi. Si può fare anche l’esperienza del risciò a pedali. In basso c’è una statua di Budda, in alto, dopo la scalinata, il tempio vero e proprio. Riti buddisti, cilindri che girano, venditori petulanti… L’ingresso è 200 rupie, meno di 2 €. Quando il sole cala, il luogo è bello davvero. Le scimmie sono ovunque. Tirare fuori da mangiare è una scemenza imperdonabile. Rompergli i coglioni non è da meno...

Di tanto in tanto in aria volteggiano le aquile a caccia di cuccioli di scimmia.

Per fare i cagoni, al ritorno si mangia al Thamel House nell’area di Thamel. È un cortile balconato molto ben tenuto.

https://www.facebook.com/thamelhouse

Ci vanno molti turistardi e costa più della media, ma è bello. Lenticchie e riso come se piovesse, senza rinunciare agli amatissimi momo ripieni. C’è anche il raksi, un distillato di riso o vegetali simile al saké. È tipico del luogo e stura la gola.

Si può scegliere di passare la sera col raksi e le sigarette yak nepalesi (pacchetto giallo, pochi centesimi) guardando le pagode fuori le finestre e le voci della strada che salgono col buio. Alcuni ritardati lo fanno invece col nepalese, l’hashish famoso nel mondo. I guidatori di risciò spesso sono anche pusher, ma volendo, si trova ovunque.

 

A venti minuti da Kathmandu c’è lo stupa di Buddhanath. Inutile vestirsi arancioni e farsi la boccia per passare da Tibetani e non pagare l’ingresso: costa solo 150 rupie. Per arrivarci col taxi si tratta sul prezzo: da Thamel, oltre le 500 rupie ci può stare anche il vaffanculo.

La torre è alta 36 metri e domina l’orizzonte. La folla colorata e gli spazi, sono un giorno di Asia vera, assolutamente da non perdere.

Occhio ai monaci che con la scusa del rito buddista avvolgono i turisti con le sciarpette (sintetiche): alla fine chiedono i soldi. Si offrono anche come guide.

Dentro c’è un ristorante, turistico ma ottimo, con tanto di terrazza sullo stupa.

http://goldeneyesrestaurant.com

Giri ancora per Kathamndu. Altri mercati, altri motorini, altre puzze, altre pashmine. Tutto bello tranne le donne, mediamente brutte e vestite all’indiana.

Fermarsi a un cafè di Thamel e bere del tè nepalese è d’obbligo. Si prende col latte e di solito è molto forte. Da notare che il Darjeeling ha la fama di migliore al mondo.

Sparsi tra Thamel Marg (marg vuol dire via) e vicoli adiacenti ci sono molti caffè, ottimi anche per le colazioni. Il Revolution cafè è uno di questi.

http://www.revocafenp.com

Un giorno e una notte vanno dedicati a Bhaktapur. Considerando il traffico infernale sta a tre quarti d’ora dall’hotel, poco oltre l’aeroporto di Khatmandu. Col taxi sono tra le 500 e le 800 rupie, dipende da quanto è testardo il tassista. La strada per arrivarci è un dono del Giappone: si chiama Strada dell’amicizia. C’è molta tenerezza in questo.

È bene dormire in città per evitare l’orda di turisti coreani e cinesi che arrivano in pullman nel pomeriggio. La mattina è bella e praticabile.

Superate le baracche per arrivarci, si arriva a ridosso della piazza Durbar di Bhaktapur. Dentro c’è il Sunny Guest House, sistemazione eccellente di legno e mattoni rossi, dalle linee mediorientali. La doppia costa 35 € compresa la colazione. Conviene chiedere le finestre sulla piazza: starsene a guardare fuori seduti tranquilli al tramonto con una sigaretta yak, davvero non ha prezzo.

http://www.sunnyguesthousenepal.com

Il prezzo per Durbar Square invece è molto alto: l’equivalente in rupie di 12 €. “Mortacciloro” viene da pensare. Anche qui conviene portare la fototessera.

È bene svegliarsi presto anche a Bhaktapur.  A dicembre la luce c’è dalle 6 di mattina alle 17 circa.

A 200 metri dall’hotel c’è Pottery square. Il nome non è un caso. Bhaktapur è famosa per la ceramica e in piazza ci sono venditori con migliaia di salvadanai appena sfornati nei forni a sabbia e lasciati asciugare al sole.

Ancora riso e lenticchie: il dal bhat del ristorante dell’hotel è ottimo. Va detto che Bhaktapur è famosa anche per lo juju dhau, lo yogurt. Non è il lassi che si trova in tutto il Nepal. Si serve in tazza, è speziato e molto denso: buonissimo davvero.

Si torna a Khatmandu per l’ultima notte prima della montagna. Stesso Hotel.

 

Andare in Nepal e non fare un’escursione sull’Himalaya è come andare a Disneyland se ti sta sul cazzo Topolino: è una contraddizione. Ci sono mille agenzie con prezzi calmierati, ma anche dall’hotel si può organizzare tutto. Per risparmiare è tassativo non prenotare nulla dall’Italia.

Ricordiamo che l’Himalaya non è Grottaferrata ma la catena più alta e grande del mondo. È lunga 2000 km e arriva quasi a 9 km d’altezza (Everest). Le cime più stupide bucano ampiamente i 7000 metri.

La prima considerazione è che chi crede di andare a scalare le montagne è bene che torni a tirare le palle di neve sul Terminillo. Coi tour organizzati si arriva al massimo ai campi base, di solito sui 5000 metri. Oltre, è roba per spedizioni ed alpinisti seri.

Ci sono molte opzioni per la montagna. A meno che non si voglia incontrare lo Yeti, l’abominevole uomo delle nevi, un’escursione di cinque giorni all’Annapurna (8091 m) basta e avanza. Messner la penserebbe diversamente, ma non è un problema nostro. Costa meno di 300 € a cranio, trasporto, cibo, alloggio e portatori compresi.

Per arrivare fino al campo base ci vogliono invece opzioni da 10-15 giorni, dipende dai ritmi di camminata. Il costo lievita fino a 500 €.

Domanda: “come si fa un’escursione sull’Himalaya?”

Risposta: “Si paga il tour e si aspetta il bus per Pokhara, la mattina dopo davanti all’hotel”.

Pokhara sta a 200 km a ovest di Kathmandu. Ci vogliono quattro ore per arrivare. La strada è quasi tutta brutta, ma talvolta diventa anche di merda. È un viaggio nel Nepal però, anche se turistico. Costeggia per più di metà il corso del fiume Trisuli, scarso d’acqua a dicembre. In altri momenti dell’anno si distingue per il rafting e per le inondazioni.

Baracche, negozietti, autoricambi, ristoranti, case sgarrupate. La strada è un susseguirsi d’improvvisazioni per turisti, fino a Pokhara. Si scende di quota fino a 1000 metri. S’incontrano molti check point e mezzi militari: nonostante gli accordi di pace, la guerriglia maoista cova sempre sotto la cenere.

Il pullman fa due tappe, per pipì e cazzate varie. Una all’altezza di Salangat, una a Damauli.

Pokhara è una città grande, alla base delle montagne. L’impatto è stranissimo.

Si alloggia al Middle Path Hotel. Una doppia, 25 €. Con vista della montagna costa di più.

http://www.hotel-middlepath.com

L’hotel è a un metro dal lago Phewa che stringe la città contro le montagne. Il posto è bello e incredibilmente strano.

L’Annapurna che domina la città è a punta e ricorda il Cervino. La colorazione rosa al tramonto evoca le Dolomiti, ma solo per un momento. L’Himalaya non è le Alpi: non si scia e fino a 2500 metri, dove inizia la neve, sembra di stare ai tropici. I gruppi sono imponenti e mozzafiato, ma non graziosi. Non c’è dolcezza. Un picco degno di nota è il Fishtail, unica montagna a non essere mai stata scalata e ora dichiarata sacra dalle autorità nepalesi.

Pokhara è la base della montagna. I negozi di attrezzature da scalata si sprecano. Praticamente è tutto un bazar. Il 90% della merce offerta è cinese, più pericolosa che utile.

Compreso nell’escursione c’è il costo dei portatori. In modo arbitrario vengono chiamati Sherpa; in realtà gli Sherpa sono un etnia del nord est. Quelli dell’Annapurna sono solo facchini dalla forza disumana. Hanno una fascia in fronte con una coda, usata per scaricare il peso. Sono in grado di portare anche un paio di cassapanche a testa: incredibile!  Essendo spesso in ciabatte, ogni tanto qualcuno cade facendo l’effetto tartaruga ribaltata. È bene essere comprensivi ed evitare di portarsi nello zaino anche la sedia a dondolo di nonna.

Chi scegliesse di non andare con un’agenzia ma di prendere i portatori sul posto, deve sapere che l’assicurazione non c’è. In caso d’infortunio in quota di un portatore ci sarebbe il dilemma di spendere 600 euro per l’elicottero o dargli il colpo di grazia.

Attrezzatura necessaria per andare sull’Himalaya a dicembre:

  • Scarpe da trekking portate dall’Italia.
  • Bastoni acquistabili in loco, utili per scendere. Se ripiegabili si possono anche imbarcare al ritorno.
  • Giacca a vento.
  • Sacco a pelo invernale.
  • Crema solare.
  • Cappello.
  • Occhiali.
  • Macchina fotografica.

Volendo anche shorts. Fatta eccezione per le mutande, altre cose sono inutili. Anche l’acqua, che si compra nei villaggi. Assicurazione e trasporto feriti di solito sono compresi nei tour, ma è bene chiarire prima.

Importante: una delle cazzate più grandi che si possa fare è rifiutare l’aiuto dei portatori, convinti di riuscire a incollarsi lo zaino da soli. È meglio farsi crocifiggere a testa sotto ed essere frustati a sangue: la fatica è incommensurabile.

L’escursione di fatto consiste in un trekking con salita e pernottamenti progressivi. Per chi non volesse rimanere sull’Himalaya ovviamente è prevista anche la discesa. Cinque giorni è una buona scelta; dieci impegnativa; venti è una rottura di coglioni, ma è un parere di noi di girandoloni.com.

Si parte dall’hotel di Pokhara con la navetta fino a Nayapul. Si cammina fino Seuli Bazaar, dove si mangia. Dopo alcune ore in salita si arriva a Ghandruk a 2000 metri. La vista dei picchi dell’Annapurna, del Gangapurna e del Machapuchare è incredibile. È interessante vedere come i turistardi annuiscano e facciano finta di capire i nomi nepalesi pronunciati dai sirdar (le guide). I gigisatutto si trovano ovunque.

Si cena e si dorme in baita a Ghandruk. Riso, verdure, lenticchie e raksi.

Da Ghandruk si prosegue in salita per Tadapani. Le salite sono spesso fatte a scalini. I portatori faticano come muli della Grande Guerra.

È il lato delle foreste di rododendri, presenti anche nella bandiera nepalese. Fioriscono in primavera però…

Si passano ponti tibetani e ponticelli normali. Vale davvero la pena. L’ultimo tratto per Ghorepani è più facile, ma il culo fatto non è indifferente: sono otto ore di marcia. È proprio a Ghorepani che si capisce quanto fare il portatore sia un lavoro di merda. Va detto che i paesini dell’Himalaya non sono altro che agglomerati di guesthouse e baracche per turisti.

Si ammirano il Dhaulagiri, il Putha Hiunchuli, Tukuche Peak, Lamjung Himal. A Ghorepani tra turistardi di diversa nazionalità si dorme e si mangia. Siamo a 2800 metri.

La mattina presto si sale oltre i 3200 fino a Poon Hill per vedere l’alba sull’Annapurna. La neve è solo sui picchi ma fa freddo lo stesso e gli shorts diventano inadeguati. Dalle piazzole panoramiche la vista è impressionante. Fare la cacca a questo punto è un privilegio per pochi. Bisogna allontanarsi però, perché è pieno di gente.

Nei rifugi sull’Himalaya si passa il tempo a conversare con altri escursionisti. I bagni sono in comune e i tavoli delle hall sono foderati di coperte con gambali per riscaldarsi. Spesso i riscaldamenti non ci sono o funzionano male. L’atmosfera spesso è quella di una gita fra coglioni che si credono fighi, ma i luoghi obiettivamente meritano lo sforzo.

Si torna. Da Ghorepani si scende fino a Ulleri dove si mangia: pane nepalese, carne di capra, riso e lenticchie. Poi si scende a 1500 per Tikhedhungga. Si cena con lenticchie e carne e si dorme in rifugio.L’ultimo giorno di trekking è la strada in discesa leggera fino a Nayapul. Sono meno di cinque ore di cammino. Da Nayapul, col minivan si torna a Pokhara e si torna all’hotel per mettere a mollo i piedi.

La mancia ai portatori è un obbligo morale. Spesso le agenzie li sfruttano dando il carico di due o più turisti a uno solo di loro. 20 € va bene.

Un saluto agli amici delle montagne e si torna.

Per svincolarsi dal tour, volendo si può tornare col bus di linea. La stazione sta all’incrocio principale, vicino al municipio. Dall’hotel sono dieci minuti di tuk tuk e il biglietto costa un piatto di lenticchie. I bus sono quelli colorati dei documentari che hanno una capienza di 50 persone ma ne imbarcano 4000. Ci mette sei ore per tornare a Kathmandu ma vale la pena perché si entra in un film. Unico inconveniente è che uno su tre si ribalta nelle scarpate. Va messo in conto.

Va messo in conto anche lo sciopero: in Nepal i Maoisti sono fortissimi e le serrate selvagge e improvvise sono all’ordine del giorno.

Per i comodoni comunque ci sono linee più agevoli.

http://www.catmando.com/greenline/

Pensando allo Yeti, riappare Kathmandu, col cuore pulito e abituati al silenzio. L’impatto è simile a quando nel sonno ti strillano nelle orecchie. Ci si riambienta presto però, anche con lo smog.

Ultimo giorno al Ganesh hotel.

Ad avere più giorni si potrebbe scendere verso Chitwan, per il parco degli elefanti e delle tigri. È molto India, molto tropico, molto Asia.

Ancora meglio sarebbe optare per il Nepal rurale, lontano dai circuiti turistici.

Si ritornerà.

 

Maruti Suzuki per l’aeroporto. Pratiche d’imbarco e via per il ritorno.

Il volo Air India per Nuova Delhi parte alle 10 e arriva alle 11,25 indiane.

Da New Delhi per Fiumicino decolla alle 14,40. Alle 18,05 il Nepal è un ricordo bellissimo.

 

Commenti

Ritratto di michele

sicuri che la famiglia reale sia stata uccisa dai maoisti?
Ritratto di Giampiero Venturi

Sì, ce lo hanno detto loro.
Ritratto di michele

il ristorante israeliano sopra il tom e jerry . ottima milanese . si prende piccola pausa dal cibo locale

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