Slovenia, Bosnia e Croazia

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Il ricordo

  1.  “Provammo ancora. Sotto un platano, nella brezza della sera, sorseggiando rakia, continuava a non capire una ceppa di come erano andate le cose in Jugoslavia...”
  1. NOTTI: 5
  2. BUDGET: 440 €
  3. FATTO A: giugno
  4. DA: 4 girandoloni
  1. PERCORSO
  2. Lubiana, Banja Luka, Jajce, Sarajevo, Pale, Sarajevo, Jablanica, Mostar, Veliki Prolog, Zara, Pasjak.
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Partenza da Milano in auto alle 10 (da Roma alle 7 e costa 20 € in più circa a persona).

A4 fino a Sistiana (TS). Si prende la E70 fino in Slovenia. Benzina e autostrada 18 € a persona (sempre calcolato su quattro persone… sennò i conti vengono a cazzo).

Pranzo alla bersagliera in autogrill. 12 €.

In Slovenia dal 2008 l’autostrada si paga a prescindere dai km. C’è una vignetta semestrale di 22,50 €. Si dice a Oxford che per chi è solo in transito, sia una mezza inculata; e a Oxford spesso hanno ragione.

Appena entrati in Slovenia dopo la dogana, si compra il talloncino al gabbiotto sulla destra e si continua sulla E70 per Lubiana: circa 80 km.

Va detto che la Slovenia è stata parte della Jugoslavia fino al giugno del ’91. È stata la prima ad andarsene. Gli Sloveni, slavi e cattolici, sono più mitteleuropei che balcanici. All’atto della dichiarazione d’indipendenza l’esercito federale jugoslavo, disertato dagli Sloveni, attaccò la milizia slovena e la guerra durò dieci giorni; il problema era politico e amministrativo (le dogane lungo il confine con l’Italia). La Jugoslavia di Tito moriva (vedi altri viaggi nei Balcani in questo sito).

Si arriva a Lubiana nel primo pomeriggio. Stanza doppia per 45 € al Bit Center di Lubiana in Litijska cesta 57.

È un centro sportivo con i prezzi da ostello ed è molto efficiente e pulito.

www.bit-center.net

Per arrivarci si segue la E 70 senza entrare a Lubiana. Onde evitare di arrivare in Salento, si deve girare a sinistra per la E57/A1  fino all’uscita Lubiana Bizovik.

Giro per Lubiana. Si parcheggia vicino a Zmajski most (Ponte dei Draghi) lungo il fiume Ljubljanica, in centro.

C’è una banca con un’area commerciale lungo Petkovoskovo nabrezje a pochi metri dal ponte. Sotto c’è il parcheggio a pagamento.

Il centro di Lubiana è tutto locali, bar e cose carine all’aperto. Bene.

Cena da Gostina Sokol dietro la cattedrale di San Nicola in Ciril Metodov trg

www.gostilna-sokol.com

Zuppa, maiale coi funghi e vino, intorno ai 22 €.

D’estate girare la sera per i bar lungo il fiume è un piacere. Il fiume sembra un canale e le luci dei locali danno un effetto acquerello. Rientro. Colazione nel giardino del parco sportivo, si saluta e si torna in centro per un caffè. Da notare che alla reception sono abbastanza stronzi.

Importante: la sala della colazione è separata da una vetrata che non si vede. Prima di fare scatti verso l’esterno è bene verificarne l’apertura...

Stesso parcheggio, caffè Cankarjevo nabrezje, il lungo fiume sotto il castello.

Si riprende la E70 verso sud. È abbastanza facile. Quando la Jugoslavia era unita, Slovenia e Croazia non avevano confini. Dopo li hanno rimessi per poi ritoglierli con l’ingresso nella UE della Croazia (la Slovenia c’è dal 2004).

Lungo l’autostrada, la segnaletica è fresca: HR indica Croazia, BhI Bosnia Erzegovina, SRB Serbia. Prima c’era solo YU.

Dopo 100 km si entra in Croazia nei pressi di Bregana; poi via verso la tangenziale di Zagabria. Senza entrare si punta a sud, sempre sulla piana che si stende nei Balcani. È verde Europa, la Croazia. Pochi km dopo l’uscita per Osekovo, c’è un distributore minimarket. Per fare la pipì è molto indicato.

A cento km da Zagabria si prende l’uscita per Okucani con indicazione per il confine bosniaco. Al casello sono 6 € (c’è la doppia circolazione di moneta).

Usciti dal casello a sinistra, si va per la statale 5. Circa trenta km nel verde e si arriva sul fiume Sava. Di là è Bosanska Gradiska, Bosnia.

Il ponte sulla Sava è terra di nessuno. I controlli per entrare in Bosnia sono seri ma veloci.

Appena entrati a Bosanska Gradisca c’è una chiesa ortodossa sulla destra e una rotatoria con un cartello che dice Republic of Srspka, cioè Repubblica Serba di Bosnia, scritto anche in cirillico.

Ricordiamo che dire che la storia dei Balcani è semplice è come dire che Fabio Fazio ha le spalle larghe: è una bugia.

Per sintetizzare diciamo che la Bosnia Erzegovina è stata la più sfigata fra le repubbliche ex jugoslave: Bosgnacchi (musulmani eredi dei Turchi), Serbi e Croati erano distribuiti in modo disomogeneo sul territorio. La dichiarazione d’indipendenza del ’92 voluta dal musulmano Itzebegovic, fece sollevare i Serbi bosniaci, legati ai resti della Federazione e alla Serbia vera e propria. Pure i Croati di Bosnia si fecero girare i coglioni per non perdere il legame con Zagabria. Fu la più cruenta tra le quattro guerre della ex Jugoslavia: la più grande tragedia d’Europa dalla guerra mondiale. Con gli accordi di Dayton del ’95 nacque la Bosnia Erzegovina ma con due entità interne distinte: la Federazione croato musulmana e la Repubblica Srspka.

Per intenderci, il cartello lascia intendere che pure se Bosniaci, i Serbi rimangono Serbi, i Croati Croati e i musulmani musulmani.

L’aria è forte. Carretti tirati da muli, parco auto assurdo, bambini che guardano… Rispetto alla Croazia si torna indietro di anni.

Dopo pochi km, sulla destra lungo la strada c’è una taverna di legno con un cartello bianco grande: Jela sa rostilja, carne alla griglia.

Pane, agnello alla brace e birra, 5 €. Accettano gli euro, perché i marchi bosniaci non valgono una minchia.

Per decine di km, fino a Banja Luka, sono sempre Serbi. Ma nei Balcani lascia il tempo che trova. Entrando in un villaggio della Bosnia, le facce sono tutte simili, quindi, per distinguere le etnie bisogna osservare: un cartello in cirillico indica presenze serbe; l’alfabeto latino, Croati o musulmani. Se si mangia maiale sono Serbi o Croati; se c’è un minareto sono musulmani. Se le chiese hanno tre cupole sono ortodosse, quindi serbe. La croce latina vale per i Croati, che sono cattolici; nei cimiteri musulmani non ci sono croci.

A complicare la guerra tra il ’92 e il ’95 fu la distribuzione a macchia di leopardo delle etnie che ha reso impossibile la spartizione della terra, a meno di non deportare interi popoli. All’interno di uno stesso villaggio, spesso ci sono segnali di tutte e tre le presenze. I massacri e la pulizia etnica sono nate per questo.

Continuando sulla E661 si arriva a Banja Luka, capitale dell’entità serba. È una città industriale e grande. Dopo un grosso incrocio c’è una rotatoria: si gira a sinistra fino al castello sul fiume, vicino alla Bogojavljenska Crkvala (chiesa). Caffè e rakia al Kazamat incastrato nella pietra per 2 € e poi via. La rakia è il distillato per eccellenza dei Balcani. Unico punto di raccordo di tutti e per tutti, nella regione.

www.facebook.com/pages/Restoran-Kazamat/216562498473820

La E661 porta subito fuori, a ridosso del fiume Vrbas che bagna il centro urbano. Ci si ferma vicino al fiume per vedere i tetti di Banja Luka. Sembra Italia, con gli stessi colori e i comignoli che fumano.

La E661 segue il fiume. La Bosnia centrale somiglia ad Abruzzo o Umbria. È la patria del rafting, tra gole, montagne basse, gallerie e curve a gomito.

Nei pressi di Baljvine c’è un ristorante sul lato sinistro. Si scende e si parla coi gestori, anziani Serbi dagli occhi stanchi. La sensazione è che gli si stia rompendo un po' i coglioni. Sui tavolini che s'affacciano sul fiume si prende una rakia fatta in casa dalla signora, .

Guidare per le strade della Bosnia è una suggestione profonda. I segni della guerra sono ovunque. In ogni villaggio c’è almeno una casa con segni di proiettili rattoppati alla meglio. Spesso i cartelli sono scritti in latino e cirillico e una delle versioni è cancellata: segno di risentimento o pulizia etnica. Anche i cimiteri sono ovunque.

La carreggiata asseconda i fianchi delle rocce e si arriva a Jajce. Il castello spunta sulla destra nella valle stretta, avvolta da una nebbia stile Mantova. È una zona a maggioranza croata e musulmana nota per le cascate del fiume Vrbas; è segnata dalla guerra anch’essa.

Si continua per Donji Vakuf, cittadina con forte presenza islamica. Al semaforo c’è il cartello per Zenica, Travnik e Sarajevo. Posti belli dove pochi anni fa c’era la caccia all’uomo...

Si sale per il monte Komar.

Sul tornante del passo, sulla destra, c’è il restoran Komar: con maioliche bianche al pian terreno e tavoli di tronchi sopra. È un posto per camionisti col gestore mite e simpatico. Per l’equivalente di 1 € si beve una Sarajevsko Pivo (la birra) e si guarda il verde, pensando alla storia di qua.

Si continua fino a Travnik nella Lasla Valley. Travnik e dintorni sono noti per la pulizia etnica del ’93 tra Croati e Musulmani. Da queste parti furono uccisi anche tre volontari italiani. Era il periodo del tutti contro tutti in Bosnia, in una confusione totale.

Si scende verso Vitez, poi, sfiorando la martoriata Zenica lungo il fiume Bosna, si riprende la doppia carreggiata per Sarajevo.

Traversare villaggi ancora segnati dai colpi sui muri delle case, fa impressione. Eppure è bellissimo. È Europa piena.

Si arriva a Sarajevo nel tardo pomeriggio. Sullo stradone d’accesso che viene dall’aeroporto, molti semafori orizzontali sospesi. Era il famoso “viale dei cecchini”. Tra il ’92-’95 i Serbi, dalle colline circostanti, sparavano sulla città, assediata per quasi tre anni. La città era la sede del governo di Itzebegovic combattuto dai Serbi bosniaci del generale Mladic.

I tram volano sul prato della corsia centrale. Sulla sinistra c’è l’Holiday Inn (sede della stampa internazionale, intatto durante la guerra). Dietro, le torri gemelle in vetro cemento di Sarajevo, per anni scheletri di guerra.

Sulla destra il piccolo fiume Miljaka ricorda i navigli a Milano. La città vecchia è oltre la fila di edifici a sinistra. Parcheggio a pagamento davanti alla chiesa ortodossa, nella piazzetta del Dom Armjie. Detto così serve a poco: sta trenta metri dietro l’Hotel Park lungo il fiume: arrivarci è questione di sensi unici. Si sbaglia dalle dieci alle venti volte circa.

L’albergo buono è l’Astra Garni

www.astra-garni.com.ba/bh

È in Kundursiluk 2. Al centro perfetto di Sarajevo, a un metro dalla Bascarsija, lo struscio della città vecchia.  In offerta  una quadrupla costa 90 € a notte con colazione. A pochi metri ci sono la cattedrale cattolica del Cuore di Gesù, la chiesa ortodossa e la moschea.

Si va subito in giro.

Sarajevo è ottomana per i caffè; austroungarica per i palazzi e i tram; balcanica per la durezza e il verde che la circonda. È bella e terribile. È una donna che ha pianto; una bambina che si rialza; un ragazzo che si ferma dopo una fuga. Sarajevo è unica.

Cena al Dveri in Prote Bakovica alle spalle della piazza con la fontana, cuore di Sarajevo.

www.dveri.co.ba

Con 15 € si mangia tanto e bosniaco.

Ci si perde facilmente tra locali, bar e caffè. Dopo aver attraversato la Bosnia e le sue riflessioni la necessità di staccare è umana e dovuta. Si beve parecchio a Sarajevo.

Colazione e passeggio per la città vecchia.

Poi in auto verso Pale, a 20 km oltre le colline. Si segue la E761 dalla parte opposta del Monte Igman. Ci si sciava per le Olimpiadi invernali dell’84, quando c’era ancora la Jugoslavia. Durante la guerra era la via di fuga dall’assedio attraversando il tunnel di 700 m costruito sotto l’aeroporto, nel ’93.

Pale è Repubblica Serba di Bosnia. Se Sarajevo è a maggioranza islamica, arrivare a Pale è come arrivare in Serbia: cartelli in cirillico ed etnia unica. Se non fosse per qualche ombra di socialismo e per la cattedrale ortodossa, sembrerebbe un paesotto alpino. In realtà Pale è stata la capitale della Repubblica Serba di Bosnia, al centro delle cronache mondiali. Era la sede del Parlamento e del governo di Karadzic. I piani di pace per la ex Jugoslavia passavano da qui.

Carne alla brace, insalata e birra al ristorante Grill Centar, a destra della rotatoria d’accesso. Ha l’insegna gialla tonda. 9 €.

Rakia nella via centrale, passeggiata di cemento e unica “vasca” della cittadina. Le ragazze sono bellissime.

Si torna a Sarajevo, in basso. Stesso parcheggio. Narghilè all’aperto e poi cena da Bosanska Kuca. Valanghe di cevapcici (salsicce piccole) e polpette a 10 €.

www.bosanskakuca.com

Sta a Bravadziluk a uno sputo dalla piazza della fontana, centro del centro.

Giro di birre e localini. La storia seria del giorno alimenta lo svacco della sera.

Colazione e giro per la città, tra le aiuole oltre il Miljaka, fino a “viale dei cecchini” e al Parlamento. Poi al mercato. Poi nei vicoli ancora.

Sarajevo porta i segni delle granate, dove la voglia di vivere non ha ricostruito. Sarajevo invita a tornare.

Non bastano le campagne delle star internazionali miliardarie per capire. Anzi.

http://www.youtube.com/watch?v=1loHeQIU3l4

 

La strada da Sarajevo è montagnosa. Scavalca le colline e punta Mostar, fra case ridenti e altre ancora scheggiate. Ci vogliono due ore piene tra Sarajevo e Mostar.

Si raggiunge Jablanica e la Neretva col suo colore smeraldo. Si entra nella Erzegovina vera e propria, lembo meridionale della repubblica bosniaca. Sostanzialmente stanno per finire i Balcani e ci si riavvicina al Mediterraneo.

Arrivati sulla piana disordinata di Mostar ci sono indicazioni per lo Stari Most (il ponte di pietra) e si imbocca a destra per il primo ponte transitabile. Subito a destra per ulica Gojka Vukovica e si cerca parcheggio.

Le vie che conducono al ponte sono un poligono a cielo aperto: Mostar porta i segni dell’inferno. Dopo venti anni i buchi e i crolli sono evidenti ad ogni passo. Il ponte purtroppo è attrazione per turistardi organizzati, tra bancarelle e souvenir.

Dopo la guerra con i Serbi nel ’93 esplose il conflitto fra Croati e musulmani. Nel novembre del ’93 il ponte di pietra fu distrutto, isolando le due comunità. Se ne parlò tantissimo. È stato ricostruito pochi anni fa.

Si scende sotto, fino all’acqua della Neretva, tra bambini, fiori e tetti storici.

Mostar è una cartolina vivente. Basta trovare un angolo solitario, guardarla e riflettere. La luce del sole gioca tra le montagne e i riflessi del fiume. Una meraviglia.

Si torna alla macchina. Dietro al Ponte, sul lato destro della Neretva, a soli 23 km c’è Medjugore col santuario della Vergine. Merita un viaggio a parte però.

Al km 9 della M17 che esce da Mostar e punta verso Adriatico e Croazia, c’è un’insegna: Pekarna Peric. 1kg di maiale arrosto per 9 € in marchi bosniaci. Il maiale (zona croata quindi) è cucinato su un grill che gira con una catena di bicicletta. Tavoli all’aperto. Pane buonissimo, birra.

Auto verso la Croazia. La M17 copia il corso della Neretva. La insegue lungo le curve. Tra muretti, tunnel e gole, si viaggia tra il verde fosforescente del fiume e i rilievi calcarei. Il Mediterraneo si sente: nell’aria, negli arbusti bassi e nei pini marittimi. Cinquanta km e da Mostar è Croazia: il confine è a Metcovich.

Tutto torna. Ogni etnia bosniaca ha un grande fratello esterno: per i Serbi sono Belgrado e i Russi (panslavismo, fede ortodossa e alfabeto); per i musulmani i Paesi islamici, soprattutto Turchia, che ha una storia nei Balcani (la festa nazionale serba ricorda la battaglia della Piana dei Merli, contro gli Ottomani nel 1389); per i Croati è Zagabria, che dopo l’indipendenza del ’91 ha cercato annessioni in Bosnia.

Strada fino a Veliki Prolog, per una pausa al Caffè Bar Cuk. Di sera è kitch, ma di giorno è un bar di paese, proprio sulla curva della statale.

www.facebook.com/pages/Caffe-bar-Cuk/28284314515866

Fra maggio e luglio lungo le strade ci sono bancarelle che vendono ciliegie. Vale la pena fermarsi per pochi euro.

Arrivati sulla A1, parte la Croazia verso nord. Imponenti opere stradali rivoluzionano i flussi di traffico, sempre più scorrevole. Due ore e mezza per Zara.

Isole, promontori, tetti rossi. La Croazia è una meraviglia e si sa. Lasciando Spalato a sinistra e i cartelli per Knin a destra (Knin popolata da Serbi fu il casus belli dell’inizio della guerra nel ’91 tra Croati e Serbi) si giunge a Zara. Circa 20 € il pedaggio al casello.

Si entra a Zara da una collinetta industriale, poi si gira per il porto. Si parcheggia a pagamento sulla sinistra del ponte pedonale per la città vecchia. Dalla parte dell’Università ci sono parcheggi liberi.

Zara è una piccola Venezia. Come Spalato del resto. Per un periodo è stata provincia italiana con targa ZA. Sciocco dire “sti cazzi…” Meglio saperlo che non saperlo.

Si va all’Hotel Venera a Sime Ljubica 4.

www.hotel-venera-zd.hr

Entrando dalla porta sul ponte, si passa per la piazza della Loggia, dritti finché il vicolo si fa stretto e incontra Kovacka a sinistra. A destra c’è la piazzetta con l’hotel. 

50 € per una doppia piccola e con la finestra sui vicoli “veneziani”. Senza colazione. Fuori stagione costa meno.

Si cena alla Trattoria Canzona, a 20 metri dall’hotel tornando indietro a sinistra, a Stomorica. Con 15 € si mangia, si beve e si rutta.

Il vino croato spesso ha il tappo che si svita. Inutile dire che c’è di meglio (vedi altri viaggi in Croazia nel sito)…

Giorno nuovo in giro per Zara. Chiesa di San Donato, poi macchina, per ulica Denisa Spike e poi a sinistra, tutto dritto puntando la spiaggia.

Ci sono tanti avamposti rocciosi sul mare, tra le case della Zara benestante. Basta scegliere. Mare e relax alla buona.

Nel pomeriggio si gira per Zara, poi a cena Zalogajinica Liepotjca, fuori la città vecchia, davanti al parcheggio. Sta in Obala Kenaza Branimira, poco oltre il ponte pedonale.

Ancora passeggio per i vicoletti di Zara, nell’incanto dei lampioni che bagnano la pietra bianca.

Sull’estremo lato di destra della piattaforma di Zara vecchia, sul molo bianco più esterno, c’è l’organo marino. Non è una cazzata, è vero. L’acqua quando sbatte sotto il pavimento di pietra fa l’effetto dell’organo. Da ubriachi, sembra un'orchestra.

Caffè forte e via di nuovo, prima che scatti il parchimetro. Pieno di benzina, poi sparati verso l’Italia. Sono 700 km per Milano. Per Roma di più.

Si fa tutta la Croazia a salire fino a Pasjak la frontiera con la Slovenia.

Proprio a Pasjak, l’ultima chicca di girandoloni.com: trattoria Gostiona Eli in località Sapiane. Ci sono cartelli col menu fisso attaccati in giro. È a un metro dal confine croato-sloveno. Una trattoria di gente italiana. Una volta era Italia.

6 € per mangiare quello che c’è con una nostalgia per i Balcani che sega il cuore.

www.facebook.com/pages/Trattoria-Eli/195217827180890

Poi dopo Kozina, strada per Trieste.

Ma è tutta un’altra storia.

 

 

Commenti

Ritratto di Alessio

Mi avete fatto venire voglia di andarci.
Ritratto di luiginoperdigiorno

Prima di partire assicuratevi di avere la carta verde dell'assicurazione. Non dev'essere una bella esperienza arrivare alla dogana in bosnia e accorgersi di non averla portata dietro.

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